venerdì 4 agosto 2017

L'angolo di Don Camillo: il sole di agosto e il bagno nel Po


Quello di oggi non sarà un appuntamento dedicato alle pagine per me più intense del Mondo Piccolo, quanto un benvenuto al mese di agosto con le parole di Gureschi.
Vi ricordate la scena del film in cui Don Camillo, accaldato, va a fare il bagno nel Po e qualcuno gli ruba i vestiti?

Ecco come la scena viene introdotta nel libro.

Fra l'una e le tre dei pomeriggi di agosto, il caldo, nei paesi affogati dentro la melica e la canapa, è una roba che si vede e si tocca. Quasi uno avesse davanti alla faccia, a una spanna dal naso, un gran velo ondeggiante di vetro bollente.
Passi un ponte e guardi giù, dentro il canale, e il fondo è secco e tutto screpolato, e qua e là si vede un pesce morto. [...] Sulla provinciale naviga lentamente qualche biroccio a ruota alta pieno di sabbia, e il carrettiere dorme bocconi in cima al carico, con la pancia al fresco e la schiena rovente, o, seduto sulla stanga, pesca con una piccola roncola dentro una mezza anguria che tiene in grembo come una catinella.
[...] Don Camillo cammnava verso l'argine grande, con un grande fazzoletto bianco tra il cranio e il cappello, ed era l'una e mezzo di un pomeriggio di agosto, e a guardarlo così solo in mezzo alla strada bianca, sotto il sole, non si poteva immaginare niente di più nero e di più prete. 

"Se in questo momento c'è nel raggio di venti chilometri un solo che non dorma, mi lascio tagliare la testa" disse tra sé don Camillo,
Poi scavalcò l'argine e andò a sedersi all'ombra, sotto una macchia di gaggìa e, tra i buchi del fogliame, si vedeva lucciare l'acqua. Si spogliò ripiegando accuratamente gl indument e facendone un involto che nascose tra il frascame e un alberello e, quando si trovò in mutande, andò a buttarsi nell'acqua. 
Era tranquillissimo: non l'avrebbe visto nessuno perché, oltre all'ora morta, aveva scelto il posto più giù di mano. A ogni modo fu discreto e, dopo mezz'ora, si tolse dall'acqua, si infilò sotto le gaggìe, arrivò all'alberello, ma i vestiti non c'erano più. 
Allora don Camillo si sentì mancare il respiro. 


(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, p. 155)


Auguro a tutti voi buone vacanze! Ci ritroviamo tra circa due settimane!

mercoledì 2 agosto 2017

Keep calm.. Life begins at 40!




Sono arrivati ieri i 40 anni
Mi guardo e mi chiedo: "Ma davvero ho 40 anni?", voglio dire, proprio proprio io, io che mi sento eternamente sospesa tra le poesie e i sogni?

Ieri la mia amica, detta Teacher (collega di inglese, si porterà questo soprannome per l'eternità) mi ha scritto"benvenuta nel meraviglioso club delle quarantenni". Un club in cui rovesci tutti gli stereotipi dei 18/20, quando le quarantenni le vedevi come vecchie carampane. Poi dai 20 ai 40 il tempo è volato così velocemente che il concetto di vecchia carampana si è semplicemente spostato ad indicare donne di età compresa tra i 110 e i 115. Ma neanche, poi.

Perché, diciamolo chiaramente, io che a 20 anni pensavo che una donna, a 40 anni, fosse una pacata signora, mi ritrovo a ballare e a cantare a squarciagola  nel salotto di casa, mentre mio figlio giura al vicinato che non mi conosce.

Io che pensavo che a 40 ci si vestisse da sciura, whatsappo con le amiche a tarda sera, impazzite perché su Zalando hanno appena scontato le scarpe dei sogni al 50%. E vai di foto e screenshot "ma tu prendi nero con tacco a stiletto o marrone in camoscio?" (E marito che resta perplesso, non per la chat, ma perché per lui tutte le scarpe sono più o meno uguali e Zalando è l'ultimo sito che gli viene in mente di guardare a qualsiasi ora del giorno).

Io che pensavo che a 40 fosse il tempo delle creme viso rimpolpanti,  della serie "devo risollevare un'impalcatura che sta inesorabilmente cedendo", ho fregato tutti perché queste creme le uso da circa 10 anni e quindi l'impalcatura per ora regge senza troppi danni strutturali. Mi chiedo se però il tracollo avverà tutto in un momento o sarà lento e mi darà il tempo di abituarmi (Un attimo che, per scaramanzia, metto il siero alla vitamina C di Diego dalla Palma e poi torno a scrivere).


Io che a 20 anni sentivo il peso del mondo sulle mie spalle, a 40, con molte più responsabilità, mi sento al contempo più leggera, perché sto vivendo la vita che voglio. Ho imparato che le responsabilità non sono catene, ma sono il sale della vita e gli impegni, quelli per sempre, non sono zavorre, ma scelte da rinnovare ogni giorno.  Possibilmente con il sorriso, perché di musi lunghi ce ne sono già fin troppi.


Ho imparato che si può passare dal superficiale  al profondo senza vergognarsi di uno o dell'altro, e che si può parlare un attimo prima della scarpa tacco 12 e un attimo dopo dello Zibaldone di Leopardi, ed essere stessi. Anzi, si può leggere lo Zibaldone con indosso la scarpa tacco 12 di Michael Kors.

"Mi pento di tutte le diete", scriveva Isabel Allende in Afrodita e posso dire che ho imparato che mangiare è davvero uno di quei piaceri che a 20 talvolta ci si concede meno, perché a quell'età la cellulite è una colpa da espiare. Tanto, oh, la cellulite viene a tutti, quindi goditi il tortino al cioccolato o la pasta al forno.


Quindi... Keep calm. Life begins at 40!

lunedì 31 luglio 2017

Alla scoperta di Leonardo da Vinci

Mio figlio, 7 anni, ha scoperto quest'anno Leonardo da Vinci. Il merito di questa scoperta non è mio, ma del suo insegnante di religione che, un giorno, ha fatto vedere in classe un cartone animato intitolato Leonardo (Edizioni San Paolo).  Da  quel momento, è stato tutto un Leonardo qui, Leonardo là, sai che Leonardo ha fatto questo, ha inventato quest'altro. E pensare che all'inizio non riuscivo neppure a capire chi fosse 'sto benedetto Leonardo, fino a che il pargolo mi ha detto "Sai che viveva a Vinci? Dov'é Vinci?". Ahhh
 
Dopo un estenuante pressing  una certa insistenza, ho deciso di regalargli i dvd di questo cartone animato che gli aveva rapito il cuore; l'ho cercato su Amazon ed evidentemente l'unica acquirente interessata ero io, visto che 2 dvd li ho pagati la bellezza di 1,90€. 

  Ecco Leonardo!!! (con Gioconda, Lorenzo, il gatto Pardo e Tiglio)


 Comunque i cartoni li ho visti: protagonista è Leonardo giovane con i suoi amici Gioconda (!), Lorenzo, il gatto Pardo e il robottino Tiglio che canta rap (a me fa schiantare dal ridere); questo gruppo affiatato di amici affronta gare e sfide contro Gottardo, il suo cavallo Dondolo, Laura e i tre Brandi, cioè Brando, Mezzo Brando e Tutto Brando, i "cattivi", sempre aiutati dalla maga Plinia. Ovviamente, il gruppo di Leonardo ha sempre la meglio, soprattutto grazie al genio del grande inventore e artista.
Il ruolo del commentatore  è affidato al Gallo che canta con un coro formato da un'oca, una gallina e un tacchino.
Ok detta così non sembra proprio il massimo, invece è carino.
Ovviamente mio figlio ora è convinto che Leonardo avesse i capelli blu e che davvero si fosse costruito un robottino rapper. Quando gli ho fatto vedere il vero autoritratto di Leonardo ha reagito un po' schifato :-D

E questo chi sarebbe???


Insomma, dopo il cartone è arrivato l'interesse per le macchine progettate da Leonardo. Abbiamo costruito catapulte et similia con cucchiai di legno ed elastici, ma per  assecondare questa curiosità,  ho acquistato un bellissimo libro (giochi ne compro pochissimi, ma credo invece che valga la pena spendere nei libri), intitolato  Leonardo da Vinci. Invenzioni... Mi piace un sacco! (Piace anche a lui, a dire il vero, io invece mi esalto proprio...) Ѐ un libro pop up, cioè si apre e si trovano cinque modelli tridimensionali di macchine leonardesche.


Ma, visto che qui, quando parte un interesse, dobbiamo sviscerarlo a fondo, pochi giorni fa siamo anche stati a Milano alla mostra Leonardo3. Ora, lo so che è già aperta da quattro anni, quindi non vi sto certo raccontando una novità, ma, se non l'avete fatto, andateci!!! Non solo sono esposti i modelli delle macchine, ma ciò che ho trovato appassionante sono soprattutto i contenuti multimediali: attraverso gli schermi è possibile capire come doveva muoversi la macchina, come era stata pensata e  progettata. Le ricostruzioni 3D interattive sono più di 200 e c'è anche una sala in cui è possibile provare a ricostruire alcune invenzioni. Oltretutto, se vi cimentate e scattate una foto, condividendola poi sui social con l'Hashtag #Leonardo3, avrete il 10% di sconto sull'acquisto di libri al bookshop.

Nell'ultima sala si trova anche la riproduzione dell'Ultima Cena (così come doveva probabilmente presentarsi appena dipinta) e una postazione che permette di "entrare" nel dipinto attraverso la realtà virtuale immersiva.

Non ho foto da mostrarvi perché è vietato fotografare alla mostra, ma sul sito ci sono un video introduttivo e alcune immagini.

Insomma, una mostra splendida e fruibile davvero a tutte le età.  Ah, visto che è in arrivo Caronte con i suoi 40 gradi, vi dico anche che c'è l'aria condizionata e si sta benissimo ;-)

Ultima cosa: anche al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano c'è un'area tutta dedicata a Leonardo. Sarà (forse) la nostra prossima tappa (io l'ho già visitato, ma tanti anni fa).

sabato 29 luglio 2017

La stellina che aveva paura del buio



 Ho pensato di presentarvi un bellissimo libro per bambini (e non solo), raccontando una storia...

 C'era una volta un bambino che adorava andare a letto presto.
"Se vado a letto presto, anche prima che mi venga sonno," - pensava - "mamma e papà avranno più tempo per leggermi tante storie e mi faranno tante coccole".
Tutte le sere il bambino chiedeva di inventare storie per lui o di leggergli uno dei suoi  libri illustrati. Tra una pagina e l'altra e una coccola e l'altra, il sonno non tardava certo ad arrivare, ma, con il sonno, arrivava anche la paura del buio. E il bambino cercava in tutti i modi di stare sveglio."Non voglio dormire, non voglio stare al buio da solo! Il buio è abitato dai  mostri".

La mamma e il papà lo rassicuravano, ma tutte le sere la storia si ripeteva. Libri belli, coccole, e col sonno la paura del buio.

"Qui bisogna trovare una soluzione", pensarono la mamma e il papà. 

Così trovarono un libriccino bellissimo, che parlava di una stellina che, in cielo, aveva tanta paura del buio. Per questo motivo, di notte non stava mai sveglia; amava il sole, con i suoi abiti colorati, amava giocare con le farfalle e le coccinelle, ma, non appena arrivava il tramonto, si nascondeva dietro la mamma per dormire.
Una sera, la stellina guardò giù e vide una casetta e nella casetta una bambina che, come lei , aveva tanta paura del buio. La bambina, guardando in cielo, la scorse e le sorrise estasiata, mentre la stellina per la prima volta vide il sorriso di un bambino. E...

E poi dovete leggerlo... Il libriccino bellissimo esiste davvero e si intitola La stellina che aveva paura del buio (al link potete trovare anche l'anteprima), scritto da Giorgia Cozza, (qui vi lascio il link alla sua pagina facebook), illustrato da Miriam Caligari ed edito da Il leone verde.
La storia è delicata e poetica (Giorgia Cozza è sempre una garanzia! Di lei vi avevo già parlato qui) e le illustrazioni sono tenere e "rassicuranti", nel senso che il bambino fa subito amicizia con la stellina, si sente parte della storia, la vive. Mi è capitato di trovare libri con illustrazioni splendide, eppure fredde; in questo libro, invece, le immagini rappresentano pienamente la dolcezza del testo e contribuiscono anzi ad esaltarla.

... Il bambino che adorava andare a letto presto trovò un nuovo libro preferito e in cielo anche una stellina che gli tenesse compagnia. 
E il buio della notte smise piano piano di fargli paura...

venerdì 28 luglio 2017

L'angolo di Don Camillo: il coraggio e la paura



  Due sere fa, quando scrivevo il mio nuovo post dopo mesi, parlavo di negligenza e parlavo di social, luoghi in cui perdiamo un sacco di tempo, ma anche luoghi in cui prendiamo coscienza di certi fatti che arrivano a scuotere il mondo intero e il nostro mondo, quello che noi siamo.

Giorni fa avevo pensato anche di disattivare l'account su facebook: mi sembrava che le notizie letteralmente mi assediassero, soprattutto quelle più gravi, angoscianti. Certo è che evitare di leggere, per stare tranquilla, non significa eliminare il problema. Non sapere non è la chiave per cambiare le cose, ma solo per ignorarle.

Bisognerebbe però fare un passo in più, non fermarsi alla paura e camminare nella direzione del coraggio. Perché se è lecito avere paura per ciò che accade (dai fatti di attualità, alle previsioni degli esperti di turno circa il catastrofico futuro che attende il nostro Paese), è doveroso tirare fuori il coraggio che nasce dalla fiducia. Non la fiducia negli oroscopi o un senso vago di ottimismo. Quella fiducia, in realtà, per me si chiama Fede. Quando me ne dimentico, quando sembro perderla per strada perché mi dico "Guarda che schifo" (tutto il mondo, indistintamente), arrivo a un punto in cui mi do una botta da sola (Oh, datti una mossa e ripigliati), mi fermo e guardo alla mia vita, a me che sono piena di difetti e pure sono così tanto amata. Guardo mio marito, guardo mio figlio. Li guardo veramente e tutto riacquista il senso giusto. Ripenso alla lettera agli Ebrei a me tanto cara: "Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava". Se Abramo è andato, ha affrontato tante peripezie senza sapere dove andava e l'ha fatto per Fede e poi non gli è certo andata male, perché non prendere esempio da lui?



E poi, tra le letture che nutrono lo spirito, c'è sempre l'opera di Giovannino. Guareschi mi accompagna da mesi come un caro amico, ormai, compagno di tante serate a ridere e a commuovermi, da sola oppure in compagnia, quando con gli amici si stappa il lambrusco e si mangia il culatello o il Prosciutto di Parma, quello buono. E lì, nel frizzantino, le parole scorrono molto meglio che in una sala conferenze.


Giovannino, dicevo, e il suo Don Camillo. Qui avevo già parlato della paura. Ma oggi un altro passo mi ha colpita perché, come spesso accade, mi parla.


 "C'è qualcosa che non va, qualcosa sospeso nell'aria, qualcosa da cui non posso difendermi..."
"Non hai più fede nel tuo Dio, don Camillo?" [Chiese il Cristo]
"Da mihi animam, cetera tolle. L'anima è di Dio, i corpi sono della terra. La fede è grande, ma questa è una paura fisica. La mia fede può essere immensa, ma se sto dieci giorni senza bere, ho sete. La fede consiste nel sopportare questa sete accettandola a cuore sereno, come una prova impostaci da Dio. Gesù, io sono pronto a sopportare mille paure come questa, per amor Vostro. Però ho paura."
Il Cristo sorrise.
"Mi disprezzate?"
"No, don Camillo, se tu non avessi paura, che valore avrebbe il tuo coraggio?". 


(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 277-278). 


Buon venerdì a tutti!

mercoledì 26 luglio 2017

La negligenza



 Arrivo spesso a quel momento in cui sento un'inquietudine, un voler fare che ancora non so cosa sia, un progettare ciò che ancora non ha forma di progetto. Vorrei fare, ma non so cosa. O meglio so, ma costa fatica. Vi capita?

Le pause interminabili di questo blog, che certo fanno di me la scribacchina on line  più incostante del pianeta, sono una prova di questa inquietudine, che forse sarebbe il caso di chiamare negligenza.
Perché va così: voglio scrivere, ma ho impegni familiari, poi devo correggere le verifiche, pulire la casa ( e notare che , per dire, stira sempre mio marito, non ho la sindrome da casalinga modello)... Poi arrivano le vacanze, e a quel punto non ci sono le verifiche, ma tutta una serie di motivazioni più o meno cretine e più o meno serie che mi fanno desistere dal mettermi davanti a questo pc, anche a tarda sera come adesso e scrivere. Sì, perché magari non avrò quasi nessuno che legge, ma dovrei sapere che scrivere serve prima di tutto a me. E la balla del tempo regge ben poco, considerato quanto tempo spendo (spendiamo?) on line quasi tutti i giorni.

Ci pensavo ieri: le ore sui social scorrono via veloci, anestetizzando il cervello. Ci perdiamo in discussioni che non portano a nulla con dei perfetti sconosciuti, arriviamo a gasarci per qualche like, quando sappiamo benissimo che tanto domani nessuno ricorderà più nulla.
Entriamo nel meccanismo perverso di chi vuole ingurgitare informazioni senza tregua, quasi in modo compulsivo, privandosi del tempo prezioso del pensare. Sui social leggiamo tutto e il suo contrario, ma talvolta neanche ce ne accorgiamo.
Quel tempo vuoto, perso a navigare, potrebbe essere meglio usato per fare qualcosa per sé, qualcosa che si vuole fare davvero, ma che, dal punto di vista che non è un obbligo lavorativo, non ci dà uno stipendio, non ha scadenze, rimandiamo sempre di fare.

Se l'estate per me è sempre stato il momento dei bilanci e dei progetti, posso dire ora, a fine luglio, che la mia lista ha già due punti:
1) Scrivere con costanza

2) Guardare meno i social e spegnere il cellulare prima di cena.

Durerà? Chi può dirlo. Ci (ri)provo.



lunedì 20 marzo 2017

Primavera, come fosse un viaggio


 Domani sarà primavera... Ogni anno mi stupisce sempre.
Mi capita spesso di guidare e di ritrovarmi stupita, nel percorrere gli stessi viali casa-scuola, perché gli alberi improvvisamente sono di una bellezza lussureggiante, impreziositi di fiori bianchi e rosa. E fino al giorno prima non c'erano. Ma forse ero io che non ci avevo fatto caso.
La primavera è la stagione in cui imparare a viaggiare. Veramente, metaforicamente. Percorrere una strada è anche godere delle bellezze di quella strada, ricordandosi che è necessario lo sguardo alto, curioso e non sempre concentrato verso i nostri piedi.

Così vi lascio Itaca di Costantino Kavafis. Per augurarvi che domani la primavera inizi come un viaggio, che fa nuove le cose.

ITACA
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

venerdì 17 marzo 2017

L'angolo di Don Camillo: La sottile tentazione della sfiducia


Uno degli ultimi libri che ho terminato e che sta ancora lì sul comodino, casomai avessi bisogno di rileggere qualche frase, è un breve ma intenso volumetto di catechismo scritto da padre Maurizio Botta: "Sceglierà lui da grande. La fede nuoce gravemente alla salute?". L'ho comprato sia perché ammiro molto l'autore per la sua  granitica coerenza  (avete visto la sua intervista alle Iene?), sia perché avevo bisogno di un libro come quello per una  faccenda mia personale con Dio, sia perché trovare parole semplici per concetti così grandi mi è sempre molto utile anche per spiegare autori particolarmente complessi, come Dante, per esempio.

Così, tra una pagina e l'altra, mi sono imbattuta nel concetto della tentazione insito nella sfiducia. Cioè: lamentarsi, temere per il futuro (sport nazionale, ormai), avere sempre paura, in realtà sono sottili tentazioni. La fede è affidarsi, è avere fiducia, appunto, in Colui che ci ama. Continuare a temere, vivere i giorni con angoscia, in realtà è proprio il contrario della fede autentica.

 Affidarsi, già... Che fatica, però.

E' così facile cedere al lamento quotidiano, alla litania del cosa c'è che non va, al fa tutto schifo, che mondo che fa schifo, che vita di schifo, che schifo.
Oh, non è che io sia nella modalità schifo perenne, eh, però ci sono giorni in cui mi sto antipatica da sola, mi tedio di me stessa e non è che sia una gran bella cosa. E affidarsi, per quanto difficile, in realtà è un cambio di prospettiva radicale sulla vita.

Ora, cosa c'entra questo con l'angolo di Don Camillo? Ebbene, c'entra. C'entra perché in apertura a Don Camillo e il suo gegge (BUR, 2015 (11), p.11 e 13, troviamo l'episodio Le lampade e la luce. Un episodio interamente costituito dal dialogo tra don Camillo e il Cristo che inizia così:

Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell'altar maggiore e disse: 
"Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano"
"Non mi pare", rispose il Cristo. "Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano. Per il resto ogni cosa funziona perfettamente" 

Prosegue poi, verso la fine dell'episodio:
(E' Gesù che parla): "(...) Gli uomini di oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l'insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall'ombra del loro pallido lume. Non esistono le idee: esiste una sola idea, una sola Verità che è l'insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite perché una sola idea esiste ed eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala".

Sapete cosa mi colpisce di più, in quanto vero, tremendamente vero? "Gli uomini di oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della loro lampada". Siamo effettivamente così ripiegati su noi stessi da aver scambiato la parte per il tutto, il particolare per il generale e ce ne stiamo lì, ad affannarci in un quotidiano che spesso non si merita tutto questo affanno, ma che ha bisogno di un atteggiamento di gran lunga più positivo e soprattutto costruttivo.
Che fatica, però.
Però è anche il caso di provarci. 


lunedì 13 marzo 2017

Perché vivere di letteratura



 L'idea dell'intervista a Mirko Volpi, mio compagno di classe di liceo, oggi ricercatore universitario e scrittore, mi è venuta dopo che un mio studente, con  fare sorpreso, mi ha domandato: "Ma veramente c'è qualcuno pagato per studiare Dante?".

Bam, eccola la domanda. Perché non è affatto una domanda scema, o maleducata. Lo studente non voleva essere maleducato, anzi. Era sorpreso. E anche un po' schifato, diciamola tutta, all'idea che qualcuno venisse pagato per svolgere un lavoro sostanzialmente inutile.

Il ragionamento più o meno è il seguente: "Studi, e ti fai il mazzo perché Dante chi lo capisce, quello scriveva milioni di anni fa in un italiano incomprensibile. Poi:  che ti frega delle tre fiere, o dell'amor che move il sole e l'altre balle varie, ti spacchi la testa, e non FAI niente. Mica cucini, aggiusti una macchina, pialli il legno o dai un calcio al pallone per il divertimento di milioni di spettatori che poi ti ricoprono di soldi.".

E' vero. Se di lavoro studi, non FAI niente, non produci niente di pratico, di materiale.
Allora, perché studiare lettere all'università, e vivere di letteratura (io insegno alle superiori), come ho fatto io, come hanno fatto tanti miei amici?

Eccola la risposta, almeno la mia. Si studia lettere perché è, prima di tutto, meraviglioso. La letteratura è un'immersione costante nella bellezza e, da sempre, l'uomo cerca il bello dentro e fuori di sé. "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza", diceva sempre il caro Dante, sempre lui. Ed è vero: se fossimo solo istinto, regolamentati solo ed esclusivamente dalle leggi di natura, non avremmo neppure sogni, non avremmo aspirazioni (qui cito d'Avenia).

 

 La letteratura è una costante tensione verso l'alto. Sia quando ne godi (leggi un libro), sia quando decidi che quello deve diventare il tuo lavoro, come nel mio caso. Quello che sai devi trasmetterlo agli altri, ma più delle anafore e delle paronomasie, devi trasmettere la pelle d'oca che ti procura ogni volta quel verso o quella frase. Devi conservare la risata nel leggere che "avea del cul fatto trombetta", devi lasciare trasparire la commozione di fronte a "Vergine madre, figlia del tuo figlio".

 Perché quando ami la letteratura, la ami davvero, intendo, non ti stancherai mai di fronte a quei capolavori eterni, a quelle parole sentite e lette migliaia di volte eppure sempre nuove.
Si studia lettere perché è un privilegio, pur sapendo - e qui si fa una scelta anche di vita, nel senso pratico, intendo - che sarà sempre un privilegio spirituale e intellettuale e che, se vivrai solo del tuo lavoro, andrai in giro con una utilitaria a vita e ti limiterai a guardare la Maserati su instagram. Che i tuoi vestiti non saranno quelli di via Montenapoleone, la tua casa sarà un appartamento di piccole dimensioni (rigorosamente pieno di libri), e le tue vacanze saranno all'insegna del risparmio e non del Resort a 5 stelle. Che poi, alla fine, che ti frega della macchina, della reggia o della località vip?  Tanto saprai di essere comunque un privilegiato perché, quando hai scelto l'università, hai avuto l'intuizione di puntare alla bellezza, una bellezza che conoscevi solo in minima parte.

Io, quella strada di bellezza, ho scelto di percorrerla ogni giorno e, dopo  20 , 21 anni (!!!) dalla scelta della facoltà universitaria, non mi sono pentita un solo giorno. Nonostante il precariato durato anni, la fatica, i pochi soldi, e lo rifarei sempre e comunque. Perché? Perché non potrei farne a meno, semplice, fa parte di me probabilmente da sempre. E perché trasmettere questo amore agli altri, anche a chi ti chiede "Oh, ma c'è qualcuno pagato per studiare Dante?", o almeno provarci, è una sfida stimolante anche se faticosa. Sono tremendamente idealista, lo so.

Forse è anche per questo che non sono ancora stata ricoverata al neurodeliri.

Vi pare poco?

sabato 11 marzo 2017

Vivere di letteratura: intervista a Mirko Volpi (con un tuffo nel passato)

  Compagni di classe celebri: Mirko Volpi

Ho frequentanto le scuole superiori durante il secolo scorso. Ebbene sì. Gli anni passano, ma quelli del liceo classico Verri di Lodi sono indelebili, tra le lezioni di greco del fantastico prof. Dossena (l'unico di cui dirò il nome: ci ha lasciato tanti anni fa, ma non lo dimenticherò mai) o le notti folli a studiare latino  e a pregare che la professoressa (guai a chiamare chiunque "prof.") famosa per l'urlo facile non indossasse, l'indomani, il famoso completino bianco a greche nere e occhiali a specchio dalla montatura rossa: quella era la divisa del terrore. Un'interrogazione con lei vestita così (che significava umore nero dei più neri) ed era la fine. Oppure le gite con il prof. di filosofia, l'uomo che ha fatto ridere generazioni di studenti. Erano gli anni in cui gli smartphone non c'erano, e non c'era neanche internet. Gli anni in cui era impensabile che un genitore andasse a lamentarsi a scuola perché il professore era troppo esigente. I genitori si lamentavano se invece il professore era troppo "di manica larga". E se il professore ce l'aveva con te, i genitori davano ragione a lui.

In tempi di amarcord, quindi, perché non intervistare un compagno di classe celebre, dantista, docente universitario e scrittore, nonché marito di Barbara e papà di Ludovico, ovvero Mirko Volpi?


Grazie, Mirko, per aver accettato questa intervista! Ti presenti in poche righe?
Sono nato nel 1977 a Nosadello (CR), ho studiato al Liceo Verri di Lodi, poi ho frequentato Lettere a Pavia, dove oggi vivo e lavoro come ricercatore in Linguistica Italiana, occupandomi prevalentemente di Dante, di commentatori di Dante, di antichi volgari italiani, di lingua della politica nel Novecento, e altro ancora.

Il liceo classico P. Verri di Lodi

Ecco svelata la mia età (e pensare che alcuni studenti pensano io abbia tra i 27 e i 30 anni... Mi guarderanno come una nonna, da domani). Siamo stati compagni di liceo. Qual è il ricordo più divertente o emozionante di quei gloriosi anni al liceo Verri di Lodi?
Più che un singolo episodio, ricordo sempre con grande piacere il clima di quegli anni nel nostro piccolo liceo, la sensazione di far parte di una comunità coesa e in qualche modo differente rispetto alle altre scuole cittadine. Forse non varrà per tutti, ma io ero felice di entrare tutte le mattine da quel cancello!

Quando è nata la tua passione per la letteratura e in particolar modo per Dante?
Non riuscirei a indicare un momento esatto. Direi che è stato un percorso naturale, vorrei dire quasi obbligato, che mi ha portato ad amare sempre più la letteratura, la lingua italiana e soprattutto Dante. Forse la svolta è stata proprio alla maturità, quando scelsi la traccia che proponeva un confronto tra l’Ulisse omerico e quello dantesco: mi piace credere che quello fu un segno del destino.

Quando ho detto ai miei studenti che esistono i dantisti, cioè studiosi di Dante, mi hanno guardata stralunati e hanno esclamato: “Oh, ma c’è qualcuno che studia Dante per tutta la vita? E lo pagano pure?”. Cosa risponderesti loro?
Anzitutto, che tutti, tutti gli Italiani, di qualsiasi età o professione, dovrebbero leggere e amare Dante per tutta la vita. Poi, sì, qualche decina di fortunati che vengono persino pagati per farlo ci sono: basta (si fa per dire) diventare docenti universitari. Il che spesso te le fa passare, le voglie, ma Dante ha questo potere, di farti dimenticare le difficoltà.

Cosa ne pensi della scuola di oggi? Un’istituzione sull’orlo del baratro o una nuova scuola orientata al futuro? (Io, che insegno alle superiori, penso che siamo già caduti nell’abisso).
Non ho il polso della situazione, non avendo mai insegnato a scuola. La filologia mi ha insegnato a parlare solo quando si conosce bene un argomento. Vedendo però i ragazzi del primo anno, e cioè la loro preparazione, mi pare di notare – e non credo sia solo un’impressione – che arrivano all’università un poco meno attrezzati rispetto a vent’anni fa, e sempre più bisognosi di aiuto, di un indirizzo. La sensazione è che – a tutti i livelli – restino adolescenti un po’ troppo a lungo.

Nel tuo libro Il diario di Mirko V. hai inaugurato il tuo personale filone autocelebrativo, seguendo le orme di tanti altri grandi prima di te (tra parentesi, mi ricordo che già al ginnasio ti spostavano al banco davanti per ammirare i tuoi occhioni azzurri, quindi credo che il tutto nasca già nell’adolescenza…). Per cui, dimmi, a bruciapelo: ti senti più Ugo Foscolo o D’Annunzio? E perché?
Anzitutto, consentimi di negare questa cosa dello spostamento di banco! Sempre stato in ultima fila!*  Poi, direi D’Annunzio, ma nel senso che mi piacerebbe poter avere un decimo dello spirito che ebbe lui. Poeta, grande celebrità anche mondana, romanziere all’avanguardia, aviatore, comandante, esteta... Una figura davvero incredibile: te li immagini i poeti di oggi che conquistano Fiume o volano su Vienna lanciando volantini mentre la guerra infuria?

Si può dire che il tuo Il diario di Mirko V. sia nato su Facebook prima di approdare all’editoria tradizionale: che rapporto hai con Facebook e con i social in generale? Credi possano essere veicoli di cultura o concordi con Umberto Eco, quando dicevaI social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel” ?
Io con FB ho un rapporto bellissimo (forse a volte un po’ troppo intenso, diciamo). Credo sia una risorsa straordinaria, dal potenziale immenso. Io, nel mio piccolo, l’ho sfruttato, con grande giovamento sotto ogni aspetto, da quello umano a quello professionale (non sarei scrittore, senza FB: e non è un paradosso né un’esagerazione). Eco aveva ragione, è una delle cose più lampanti legate a internet: primo lo scemo diceva la sua stupidata al bar, veniva irriso dagi altri avventori e la cosa finiva lì. Oggi gli scemi possono fare lega e avere un’incredibile cassa di risonanza, risultando così più “importanti” di quanto non siano, cioè zero.

Nel tuo libro più recente, Oceano Padano, hai cantato il mondo piccolo di Nosadello; ho ritrovato un po’ di Guareschi nel contenuto e molto d’Annunzio nella forma, anche se il tutto declinato in un modo assolutamente personale. Come è nata l’idea di questo libro? Ho azzeccato i riferimenti letterari o la nebbia padana mi ha offuscato la materia grigia?
L’idea in realtà è venuta ad altri, cioè a quelli della casa editrice Laterza, che vedendo (appunto) come usavo Facebook per descrivere quella fetta di Lombardia che abito, hanno visto le potenzialità di un libro. E così è stato: per me poter mettere su carta tutto ciò che riguarda le mie terre, e soprattutto il mio personale sguardo su di esse, è stata una autentica, impagabile gioia. Quanto ai riferimenti, Guareschi è uno degli autori che amo di più, e magari qualche stilla di ironia o di umorismo l’ho presa da lì. Non direi poi che ho guardato a D’Annunzio, sì però a un’idea di lingua alta, controllata, sintatticamente complessa. La cura dello stile è stata la mia massima preoccupazione.
 
Sei anche una firma del Foglio. Preferisci la scrittura giornalistica o quella letteraria e perché?
Finora ho avuto la fortuna di scrivere sul Foglio articoli poco giornalistici (solo sul Foglio si può fare!), addirittura letterari: è questa la mia vera cifra. Come giornalista sarei davvero scarso (e confesso che in passato sono stato pure collaboratore del Cittadino di Lodi, ma non ero proprio un gran reporter…).

Se tu dovessi consigliare un libro a dei giovani refrattari alla lettura, sperando di convincerli che leggere è, non solo bello, ma anche avventuroso, cosa sceglieresti?
Tutto il ciclo di Sandokan, di Salgari: impossibile non appassionarsi alle avventure dei pirati della Malesia!




*(Non è vero, non è vero! Era la V ginnasio, me lo ricordo benissimo!!!)


venerdì 3 marzo 2017

L'angolo di Don Camillo: la Gisella. Come affrontare la realtà



 Scusate l'assenza di questi giorni, ma a volte il tempo scorre via  veloce, tra lavoro (chi insegna sa che queste sono le famigerate settimane dei recuperi! Mgliaia di verifiche da correggere!), famiglia e tante  cose da fare.
Ma eccomi al venerdì, eccomi alla rubrica dedicata al mio amato Guareschi e al suo don Camillo.

Dalla prossima settimana prenderò in considerazione altri libri del Mondo Piccolo; oggi mi soffermerò ancora su Don Camillo, nella 30esima edizione Bur, pagina 230.

Questo l'antefatto: la Gisella, fervente comunista del gruppo di Peppone, viene trovata legata e incappucciata con il sedere dipinto di rosso. Peppone interpreta questo gesto come una "sanguinosa offesa alla massa proletaria". Dichiara uno sciopero e vuole che tutto, al paese, si fermi. Compreso l'orologio della torre del campanile.
Va quindi da Don Camillo e gli intima di far fermare l'orologio; anzi, dichiara che, se non lo fermerà il sacrestano, lo fermerà lui stesso, a raffiche di mitra.

Nasce quindi un dialogo tra Don Camillo e Peppone, molto più serio e profondo di quanto ci si potrebbe aspettare. Dalle parole di Don Camillo io traggo un insegnamento importante: affrontare i problemi. Non trovare palliativi, ma prendere atto delle circostanze, fare i conti con la realtà e viverla pienamente.

Don Camillo parlò con voce grave: "Tu vuoi fermare l'orologio perché è sulla torre e lo vedi mille volte al giorno. Dovunque tu vada, l'orologio della torre ti guarda, come l'occhio della sentinella dalla torretta dei campi di prigionia (e Guareschi conosceva purtroppo molto bene la realtà del lager). E se tu volgi il capo dall'altra parte è inutile, perché senti quello sguardo pesarti sulla nuca. E se ti chiudi in casa e nascondi la testa sotto il cuscinio, quello sguardo passa i muri, e poi i rintocchi dell'orologio ti raggiungono e ti portano la voce del tempo. Ti portano la voce della tua coscienza. E' inutile, se hai paura di Dio perché hai peccato, nascondere il Crocifisso che hai sul letto: Dio rimane e ti parla per tutta la vita con la voce del tuo rimorso. E' inutile Peppone che tu fermi l'orologio della torre: il tempo non lo fermi. Il tempo continua. Passano le ore, passano i giorni, ogni istante è qualcosa che tu rubi".

Comunque il sedere pitturato non fu opera dei democristiani o dei neri; fu colpa del marito esasperato per una moglie votata al partito più che al matrimonio... Ma questa è un'altra storia.

venerdì 17 febbraio 2017

L'angolo di Don Camillo: bombardamenti, bombe e "cattocomunismo"


Guareschi era profondamente cristiano e profondamente anticomunista. Politicamente, non si riconobbe mai nella DC; ma, in occasione delle elezioni del 1948, per evitare la vittoria del PCI, la sostenne attraverso le pagine del Candido, coniando, tra l'altro, il celebre slogan: "Nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, Stalin no".
Non riuscì mai, però , a digerire il discorso di De Gasperi al  teatro Brancaccio, pronunciato nel 1944, discorso in si elogiavano i meriti altissimi di Stalin e in cui Cristo veniva chiamato "un altro proletario". Per un anticomunista come Guareschi, questa presa di posizione era inaccettabile. (Si sa che la pubblicazione sul Candido delle lettere attribuite a De Gasperi, lettere in cui De Gasperi ordinava il bombardamento su Roma,  gli costò più di un anno di reclusione...)

Ma torniamo al Don Camillo. Nell'episodio, guarda caso intitolato "La bomba" (quello in cui Peppone e compagnia gli fanno trovare davanti alla chiesa una bomba confezionata a mo' di uovo di cioccolato, con scritto "Buona Pascua"), Don Camillo, dopo un colloquio con il Cristo, brucia una lettera che aveva appena scritto e che avrebbe tanto desiderato spedire.

Leggiamo cosa dice:
"E la lettera era indirizzata a Peppone, e dentro c'era scritto se, adesso che i rossi dell'estrema sinistra avevano approvato all'unanimità l'articolo 7, il compagno Peppone desiderasse nominare un consiglio di gestione per la chiesa, allo scopo di amministrare i peccati della parrocchia e stabilire, di comune accordo col titolare Don Camillo, le penitenze da assegnare di volta in volta ai peccatori. Che lui, don Camillo, era pronto ad ascoltare ogni sua richiesta e sarebbe stato felicissimo se il compagno Peppone o il compagno Brusco avessero acconsentito a tenere alcune prediche ai fedeli in occasione della Santa Pasqua. Egli, don Camillo, per ricambiare la cortesia avrebbe spiegato ai compagni il segreto e profondo senso religioso delle teorie marxistiche".
(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, p. 88)

Solo una breve, brevissima considerazione: quello che don Camillo scrive è per lui chiaramente un'iperbole. Ma quanti, oggi, considerano queste parole come un dato di fatto? Quanti, oggi, attribuiscono un profondo senso religioso alle teorie marxistiche e definiscono candidamente  Gesù un "altro proletario" come Marx ? Era matto Guareschi o aveva già capito tutto?

Nella foto, il bombardamento di Roma 

mercoledì 15 febbraio 2017

Calligrafia e Handlettering


 Da sempre la calligrafia mi affascina: il mondo di inchiostro, pennini, carta pregiata ha sempre evocato in me scenari di altri tempi, di amanti che si scrivevano lunghe lettere sigillate con la ceralacca, di poeti intenti nella scrittura al lume di una candela, fino ai falsari che, in cambio di un gruzzolo di monete d'oro, applicavano la loro arte calligrafa al servizio dell'inganno.

Volete mettere quanta avventura in righe vergate a mano, rispetto a un'email che si disintegra nel cyberspazio cliccando su un'icona a forma di bidone della spazzatura? Nessuno qui mette in dubbio l'utilità delle email; qui, però, si parla di fascino. E tra una lettera e un'email "non c'è storia", direbbero i miei studenti.

Questo breve preambolo per dirvi che uno dei miei sogni - che ancora non so quando concretizzerò, ma ce la farò - è seguire un corso proposto dall'ACI (Associazione calligrafica italiana); quando, durante gli anni dell'università, lavoravo come assistente tecnico museale presso la Biblioteca Braidense, ebbi l'opportunità fare da guida al pubblico per una mostra di calligrafia, allestita proprio dall'ACI . E' stato subito amore. Già a quell'epoca espressi il desiderio di frequentare un corso.  Sono passati tanti anni, il corso non l'ho fatto, ma l'amore, quello sì, è rimasto sempre vivo.
Adoro la carta spessa ricavata dal tessuto, mi piacciono l'odore dell'inchiostro, il rumore del pennino, la gestualità elegante di chi scrive con l'intento di creare arte.
 
Ovviamente la calligrafia proposta dall'ACI è un'arte vera che richiede appositi strumenti del mestiere e che segue regole ben precise e codificate, alcune addirittura secolari. Chi invece volesse provare ad accostarsi più "semplicemente" (ma ciò non vuol dire che sia banale) al mondo della bella scrittura, alla scrittura che diventa disegno, alla scrittura insomma più creativa e personale, slegata dalle norme più rigide della calligrafia, può provare con l'handlettering.

In Italia c'è un bellissimo blog di handlettering, il Castello di Zucchero, una vera e propria miniera di ispirazioni e di creatività (tra l'altro, c'è anche uno shop che potrebbe indurvi a spese folli, io ve lo dico e poi non ditemi che non vi avevo avvisato). Nel suo blog, Chiara Bacchini vi guida alla scoperta della bella scrittura tramite consigli, esempi, spiegazioni semplici ed efficaci (io acquistai l'anno scorso la sua piccola dispensa e devo dire che, come inizio, non è affatto male)


Altro suggerimento, che sicuramente è già noto ai cultori dell'handlettering, è il libro americano Cretive lettering and beyond (su Amazon a €15,50) , un delizioso libro di 144 con copertina flessibile dedicato al mondo della bella scrittura, su carta e su lavagna e perfino come ricamo.



Il libro è scritto interamente in inglese, ma non temete: ci sono così tanti esempi e così tante foto che, anche se non conoscete bene l'inglese o non lo conoscete affatto, non potrete non capire i passaggi e le varie tecniche proposte.



Chi di voi si è mai dedicato all'handlettering? E chi ha avuto la fortuna di frequentare, invece, un vero e proprio corso di calligrafia?

Buon mercoledì pomeriggio!


martedì 14 febbraio 2017

Afrodisiaci e letteratura


  Da Isabel Allende, Afrodita

Verso la fine (della stesura del libro), quando credevamo di aver concluso il lavoro ed eravamo impegnati nelle ultime revisioni, capimmo che la vasta gamma degli afrodisiaci, dai molluschi con erbe e spezie, alle camicie di pizzo, alle luci rosate e ai sali aromatici per il bagno, ce n'era uno, il più potente di tutti, che non era stato contemplato: il racconto (...).

Più avanti, continua così... 


... Sento il dovere di confessare, a cuore aperto e prima che il lettore continui a perdere il suo tempo su queste pagne, che l'unico afrodisiaco davvero infallibile è l'amore. 


Buon San Valentino!
 

venerdì 10 febbraio 2017

L'angolo di Don Camillo: Sul progresso e l'ignoranza



  "(Gli uomini)... cercano affannosamente la giustizia in terra perché non hanno più fede nella giustizia divina e ricercano affannosamente i beni della terra perché non hanno fede nella ricompensa divina. E perciò credono soltanto a quello che si tocca e si vede, e le macchine volanti sono per essi degli angeli infernali di questo inferno terrestre che essi tentano invano di far diventare un Paradiso. E' troppa cultura porta all'ignoranza, perché, se la cultura non è sorretta dalla fede, a un certo punto l'uomo vede soltanto la matematica delle cose. E l'armonia di questa matematica diventa il suo Dio, e dimentica che è DIo che ha creato questa matematica e questa armonia. (...) Il progresso fa diventare sempre più piccolo il mondo per gli uomini: un giorno, quando le macchine correranno cento miglia al minuto, il mondo sembrerà agli uomini microscopico, e allora, l'uomo si ritroverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà all'infinito e nell'infinito ritroverà Dio e la fede nella vera vita. E odierà le macchine che hanno ridotto il mondo a una manciata di numeri e le distruggerà con le sue stesse mani".*


Devo ammettere che il passo di Don Camillo che vi presento oggi ha sempre destato in me una certa perplessità . Nel senso che ci ritrovo ovviamente il pensiero del Guareschi che conosco dalle mie letture, il Guareschi limpidamente coerente, granitico nella fede, sicuramente controcorrente, allora come oggi.

C'è però un passaggio che, per me, stride. Forse non riesco a capirlo, forse sbaglio a soffermarmi solo su quelle parole perché devo guardare al generale e non al particolare, ma, in ogni caso, non riesco ad accettare serenamente quello che leggo .

Guareschi, nel suo modo semplice e al contempo profondo, illustra qui l'eterna questione della fede e della ragione e di come la ragione debba essere, secondo il pensiero cattolico, sempre supportata dalla fede per non diventare schiava di se stessa. Chiaramente questo non è un concetto guareschiano, è un concetto teologico. Pensiamo a Dante, nella Divina Commedia: Virgilio, la ragione, lo ha accompagnato per l'inferno e il purgatorio. Beatrice, la teologia, cioè l'incontro di fede e ragione, lo ha condotto tra i cieli del Paradiso.

Quindi, in un'ottica cattolica,  è chiaro (o dovrebbe esserlo) che la cultura, la scienza, debbano essere supportate dalla fede e facciano i conti con quel limite buono che trattiene l'uomo dal tentativo di affermare la sua volontà di onnipotenza. Perché tanto, onnipotente, l'uomo non può esserlo, è un dato di fatto.

A parte questo, cosa intende Guareschi con "troppa cultura porta all'ignoranza, perché, se la cultura non è sorretta dalla fede, a un certo punto l'uomo vede soltanto la matematica delle cose"?

 Posso capire la questione che la cultura, senza fede, diventi a lungo andare un sopruso verso il genere umano, come si può leggere alla fine del brano riportato "l'uomo si ritroverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà all'infinito e nell'infinito ritroverà Dio e la fede nella vera vita. E odierà le macchine che hanno ridotto il mondo a una manciata di numeri e le distruggerà con le sue stesse mani". Ma perché troppa cultura porta all'ignoranza?

Io qui ci vedo una contraddizione. La cultura può essere, prima di tutto, troppa? Non credo, non lo trovo possibile. Secondo: perché dare per scontato che laddove la cultura sia "troppa", allora venga meno la fede? Non sembra qui che Guareschi voglia far passare allora la fede, tutto sommato, è roba da ignoranti?

Sinceramente, non credo che lui intendesse questo.  Probabilmente cultura e progresso, in questo episodio del Mondo Piccolo, sono sinonimi e per progresso si intende la "progressiva" perdita di senso dell'uomo, come quella fiumana di cui parlava Verga. Un progresso creato dall'uomo in cui l'uomo ha sostituito se stesso, fino a correre il rischio di annientarsi, salvo poi guardare dall'alto la devastazione e arrivare a comprendere ciò che davvero lo rende uomo e a ridefinirsi nel suo limite.
Credo sia questa la lettura corretta, ma devo ammettere che quel "troppa cultura" continua comunque a non piacermi fino in fondo...

 *(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 204-205)

mercoledì 8 febbraio 2017

La "mia" torta tenerina

Ganaché de chocolate

 La settimana scorsa vi ho lasciato una torta da fare in cinque minuti cinque, questa settimana una cioccolatosissima, che credo sia la tenerina. E' appuntata tra le pagine del mio quaderno di ricette, non ha titolo, ma, per come si presenta, direi che a occhio e croce potrebbe essere la ricetta della tipica torta ferrarese.

Se poi non è quella, spacciamola come "torta bassa buonissima al cioccolato".


Dunque, dunque.

Cominciamo dagli ingredienti:
200 gr. di cioccolato fondente; 3 uova; 160 gr. di zucchero (io ne metto anche un po' meno, diciamo 130 gr); 100 gr. di burro; 3 cucchiai di latte.

Fate sciogliere il cioccolato a bagnomaria; nel frattempo sbattere i tuorli con lo zucchero finché non raddoppiano di volume (se avete la planetaria è meglio, ma va bene qualunque sbattitore elettrico). Mescolato al composto di tuorli e zucchero il cioccolato intiepidito (non caldo, altrimenti cuoce le uova), poi incorporate la farina, il latte tiepido e i bianchi montati a neve ben ferma.
Imburrare uno stampo per dolci di circa 34 cm; cuocere a 170° per 25' - 30'. Una volta fredda, spolverizzatela di zucchero a velo.

 La torta non ha lievito, quindi rimane bassa, si "screpolerà" in superficie e sarà un tripudio di cioccolato e calorie.


 Come gustarla al meglio? Tiepida con una pallina di gelato.


lunedì 6 febbraio 2017

La depressione del lunedì e i suoi antidoti

Piove, smette, ripiove, rismette... Sono giorni che va avanti così. E va bene che c'è secco, che l'acqua spazza via il pm10 che ormai è visibile ad occhio nudo, ma dopo un po' di giorni di pioggia e grigio, grigio e pioggia, il sole sembra un miraggio.

Metteteci poi che è lunedì e che il lunedì è il giorno che segue la depressione della domenica sera, quel senso di tristezza che mi pervade da anni al pensiero che il giorno dopo si andrà a scuola. La cosa comica è che ho scelto di fare l'insegnante, quindi questa depressione domenicale, in puro stile Sabato del Villaggio, me la porterò avanti fino alla pensione (a meno che io non abbia lunedì come giorno libero, e questa è senz'altro una possibilità da considerare). Inoltre, alzarsi alle 6.35 di lunedì è da annoverare, a mio avviso, tra i crimini contro l'umanità.

Comunque, il lunedì si lavora, quindi, o ci si dispera per tutta la giornata (e non mi pare il caso, lavorare è sempre una grande fortuna), o bisogna per forza trovare un antidoto alla grigia tristezza di inizio settimana. I miei antidoti sono:
 - Preparare un colazione come si deve, apparecchiando bene la tavola e mangiando un dolce fatto in casa;
- Bere due caffè;
- indossare un rossetto rosso;
- iniziare una conversazione filosofica sullo spazio con il seienne di casa, che ha delle uscite spassosissime;
- entrare a scuola sorridendo e pensare "Wow, dai, almeno mi sono alzata e sono più o meno in orario, la giornata inizia bene"
- pensare a questo aforisma (vedi cartolina sotto) che a me ha sempre fatto ridere.

 Mi sembra la risposta più eloquente a chi riempie di complimenti un intellettuale, un poeta, uno scrittore. Un po' come la risposta di Jack Nicholson alla segretaria della sua casa editrice, nel film "Qualcosa è cambiato"*...
Segretaria, trasognata, pensando di fare la domanda del secolo: "Lei sa descrivere così bene le donne, ma come fa?"
Lui: "Prendo un uomo e gli tolgo ragionevolezza e affidabilità".
Segretaria:"..."





*Realizzo ora che il suddetto film ha 20 anni e che io l'ho visto al cinema quando è uscito (più svariate volte in TV). Questo è un altro elemento che concorre alla depressione del lunedì, ma no, non mi lascerò turbare...



venerdì 3 febbraio 2017

L'angolo di Don Camillo. Il rispetto (e la bandiera della signora Cristina)

 
La signora Cristina, il "monumento nazionale" per dirla alla Guareschi, un giorno morì.
Era il 1946. Lei, monarchica, diede, prima di spirare, disposizioni per il suo funerale: voleva la bandiera del re. Non quella della repubblica, ma quella del re perché "i re non si mandano via". E poco importa se c'era stato il referendum, la signora Cristina voleva che la sua bara fosse avvolta nella bandiera con lo stemma.

"... Sulla cassa voglio la bandiera (...) La mia bandiera, con lo stemma (...) Dio ti benedica anche se sei bolscevico, ragazzo mio", disse, rivolgendosi a Peppone. E poi chiuse gli occhi e non li riaperse più.

Immaginiamo quale turbamento una simile richiesta potesse provocare in un sindaco comunista, che certo non poteva rispettare a cuor leggero una simile volontà.

Chi ama Don Camillo sa benissimo quale fu la decisione di Peppone: Peppone accontentò la sua maestra.  Ma, a mio avviso, la grandezza di questo episodio non sta nel gesto in sé (accontento una vecchietta a cui sono affezionato), quanto nella motivazione che spinge il sindaco a compiere l'ultima volontà della maestra: il rispetto. In questo caso, il rispetto per i morti e il rispetto per una persona che aveva dedicato tutta la sua vita all'insegnamento e che al suo ruolo non aveva mai rinunciato. Una persona che, sebbene si fosse fatta ampiamente sorpassare dal futuro, senza riuscire a stare al passo con i veloci cambiamenti, era rimasta profondamente coerente con se stessa e con le sue idee, anche se diametralmente opposte a chi aveva il potere in quel momento. Una maestra che non si faceva scrupoli a criticare  e che prima di morire disse a Peppone: "Tu sei il sindaco e questo è il mio testamento (...). I miei libri tienli tu che ne hai bisogno. Devi fare molti esercizi di comporre e studiare i verbi". E Peppone, a sentire quelle parole, non le fece un sorrisetto accondiscendente, il contentino che si dà a una vecchia svitata in punto di morte, ma le rispose con un "Sissignora". Niente parole di circostanza, niente salamelecchi. "Sissignora".

Torniamo a noi. Il rispetto. Senza perdermi in inutili prediche che renderebbero solo troppo lungo questo post, mi limito a ripetere ciò che sostengo spesso: un confronto non si basa sull'insulto a prescindere. Sempre più spesso non si sta neanche più a sentire l'altra persona, semplicemente la si incasella sotto il giudizio prestabilito dalla corte marziale del politicamente corretto.  
Ci avete fatto caso? C'è sempre qualcuno che ha più diritto di altri di dire la sua e di sotterrarti di insulti per partito preso. Esempio, per stare  in tema letterario. Ti piace Guareschi? Ti rispondono subito: "Non usi la tua intelligenza!!! Ignorante!!!". Cioè: ti piace Guareschi, il reazionario Guareschi, il cattolico Guareschi e automaticamente sei scema .

Ma, per esempio, ti piace Guareschi e parli male di Calvino? Uhhh, come osi parlare male di Calvino? Quello era un genio a prescindere. Chi ama Calvino è sicuramente più intelligente di chi ama Guareschi.
 Chi ama Calvino lo dice e se ne vanta e può insultare chi ama Gureschi; chi ama Guareschi dovrebbe dirlo un po' in sordina, chiedere scusa a chi ama Calvino e guai a criticarlo pena la dannazione eterna, cospargersi il capo di cenere e ammettere che sì, un po' scemo e ignorante lo è, in fondo in fondo.

Ecco il politicamente corretto e questo è solo un assaggino letterario...

  Tornando a noi, perché qui l'argomento rischia di espandersi a macchia d'olio, leggiamo cosa dice Peppone ai suoi compagni - che non volevano che l'ultima volontà della maestra venisse rispettata - , quando decide di portare la bara della signora Cristina avvolta nella bandiera del re.

"In qualità di sindaco" disse "vi ringrazio per la vostra collaborazione , e come sindaco approvo il vostro parere di evitare la bandiera richiesta dalla defunta. Però siccome in questo paese non comanda il sindaco ma comandano i comunistri, come capo dei comunisti vi dico che me ne infischio del vostro parere e domani la signora Cristina andrà al cimitero con la bandiera che vuole lei perché io rispetto più lei da morta che voi tutti vivi, e se qualcuno ha qualcosa da obiettare lo butto giù dalla finestra! Il signor prete ha qualcosa da dire?"
"Cedo alla violenza" rispose allargando le braccia don Camillo che era rientrato nella grazia di Dio.
E così il giorno dopo la signora Cristina andò al cimitero nella bara portata a spalla da Peppone, dal Brusco, dal Bigio e dal Fulmine. E tutt'e quattro avevano al collo i loro fazzoletti rossi come il fuoco, ma sulla bara c'era la bandiera della signora maestra.
Cose che succedono là, in quel paese stramapalato dove il sole picchia martellate in testa alla gente e la gente ragiona più con la stanga che col cervello, ma dove, almeno, si rispettano i morti. 

 (G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 245, 247)

Oggi sapremmo essere come Peppone, disposto a prendersi la responsabilità di un funerale della signora Cristina? Fedele alla sua maestra, ma al contempo fedele alla sua idea (non a caso Peppone e i suoi compagni indossano il fazzoletto rosso)?

mercoledì 1 febbraio 2017

La torta al cioccolato in 5 minuti...


 ... Prendete un preparato in busta, aprite la busta, versate il contenuto nella teglia, infornate et voilà.

No, dai, scherzo.

Scherzo perché il cioccolato è una cosa seria, da trattare con rispetto. Mio figlio lo assapora con una sorta di devozione, per dire. E la torta al cioccolato di cui vi parlo sembra, qui a casa mia, avere poteri taumaturgici. Risolve ogni problema, asciuga ogni piccola lacrima, consola e conforta lo spirito di grandi e piccoli. E' la torta che prepariamo più spesso, così buona, così facile che richiede per forza di essere condivisa.

E poi... una tazza di tè, una fetta di torta, un bel libro, che volete di più? Se di comfort vogliamo parlare, che si parli sì del comfort food, ma anche dei comfort books... Vi ricordate? Da allora i comfort books sono molti di più, la lista si è felicemente allungata. Ma di questo parleremo un'altra volta.

Allora, pronti per una torta che si fa in cinque minuti cinque?

Fate così. Prendete una pentola e metteteci dentro 200 gr di cioccolato (sapete che quello fondente che si trova alla LIDL è buonissimo? Costa poco, rende benissimo nelle ricette ed è anche ecosostenibile), 100 gr di zucchero, 100 gr di burro, 100 ml di latte.
Fate sciogliere tutto.
Spegnete il fuoco, incorporate 200 gr di farina e 1 bustina di lievito; successivamente  aggiungete 4 uova intere, avendo cura di aggiungerne una alla volta.

Infornate a 180 gradi per 30'.

Spolverate con zucchero a velo e gustate :-)

Vero che è veloce?

Ehm... Mi sono appena resa conto che le foto della suddetta torta sono venute orrende. Ti pareva. Appena la rifaccio posto foto sulla pagina facebook, giuro. (Sono decisamente una food blogger :-D)

lunedì 30 gennaio 2017

La poesia non serve a niente?


 Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c'è posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

(Pierluigi Cappello, Da lontano, in Mandate a dire all'imperatore, Crocetti, Milano 2010, p. 47.)


I miei studenti, soprattutto quelli che si mettono le mani nei capelli tutte le volte che c'è da fare una parafrasi, mi chiedono spesso: "Ma prof., a cosa serve la poesia? Cioè, veramente c'è qualcuno che viene pagato per scrivere poesie?".

La risposta alla seconda domanda è molto facile: "no". O meglio: di solito i poeti non vivono di poesia. Se percepiscono un compenso, diciamo che questo compenso, nella maggior parte dei casi, è più simile a un obolo; con la poesia non si mangia, o al massimo si mangia un panino. E' sempre stato così e credo che lo sarà sempre. Forse è un'amara constatazione, ma è la verità. Di solito si riesce a continuare l'attività di poeta perché si ha un'altra fonte di reddito, sia essa il patrimonio di famiglia, sia essa un lavoro degnamente retribuito.

La prima domanda è insidiosa, ma intimamente collegata alla seconda, e comunque gli studenti vogliono capire non solo perché gli tocchi la parafrasi di Inferno XXVI, ma anche su cosa si basino le tue convinzioni di docente di letteratura italiana. Nel senso: perché hai pensato di dedicare la tua vita a spiegare l'opera di gente, spesso già defunta, che per una qualche turba mentale ha dedicato tempo prezioso a scrivere versi?

Poi, insomma... Si guadagna bene, scrivendo? No. La poesia ha una qualche utilità pratica? No. Cura qualche malattia? No. Se non leggi/scrivi poesie, ti ammali. ti fa male qualche cosa? No.

E allora?

Allora c'è che l'uomo ha naturalmente bisogno di poesia, anche quando non lo sa. Ha bisogno di uscire "a riveder le stelle", o di vederle per la prima volta, se ha sempre tenuto il suo sguardo chino verso la polvere e la strada.  Ha bisogno di uno slancio nuovo, di motivazioni interiori che ci facciano vivere veramente e non solo stare al mondo. Credo che tutti noi avvertiamo la necessità, prima o poi, di materia con la quale plasmare la nostra esistenza, perché coltivare la propria interiorità è un esercizio, non un dato di fatto. Farsi domande, interrogarsi su di sé e sul mondo, prendersi un po' di tempo per riflettere sono tutti "esercizi" che richiedono tempo e anche un po' di fatica. Ma sono necessari.

La poesia serve a questo. A chi la scrive per conoscersi ogni volta di più; a chi la legge per porsi domande nuove o darsi risposte, domande o risposte profonde, perché non nascono dall'immediatezza. La poesia non è mai immediata anche quando sembra semplice.

Come tornare ad amare e divulgare la poesia, che in Italia si apprezza sempre meno (mentre in UK, per esempio,  hanno ancora la figura del poeta laureato)?


                                                     Carol Ann Duffy, poetessa laureata inglese - ph. Getty

Credo che si debba rivedere la logica delle azioni. Mi spiego meglio: oggi, soprattutto per gli adolescenti (la fascia d'età dei miei studenti, per capirci), la gratuità è un concetto praticamente assente. Tutto ciò che si fa deve avere una finalità pratica e condurre a un immediato guadagno. Ciò che non rientra in questa categoria, non ha ragione di esistere. Sia chiaro, nulla contro i soldi, ci mancherebbe. Ma qui sto parlando di altro.
Sto dicendo che,oggi, il fatto che qualcuno perda il suo tempo a scrivere versi senza guadagnarci sopra, per tanti ragazzi è semplicemente sconvolgente. Questo modo di pensare, così evidente negli adolescenti, è sempre più presente anche nel "mondo adulto". Chi scrive poesie è di solito poco appariscente, non ha migliaia di followers sui social, spesso è troppo colto e troppo poco "cool", non è un influencer, non fa girare montagne di soldi, non sponsorizza niente.
 Quindi  è inutile. Ciò che fa è inutile. Di conseguenza, il tempo speso a leggere e meditare dei versi è  tempo perso.

Fermiamoci tutti. Sono ripetitiva, ma lo dico di nuovo: facciamoci il regalo del silenzio. Guardiamo un po' di più le stelle e meno la terra, almeno fino a che non rischiamo di inciampare.
E poi leggiamo, per esempio, le meravigliose poesie di Pierluigi Cappello, classe 1967, uno dei più grandi poeti italiani viventi. Facciamoci questo regalo.

venerdì 27 gennaio 2017

L'angolo di Don Camillo - Il Crocifisso nelle scuole

 
 Quella sul Crocifisso nelle scuole è una battaglia che dura da tempo, forse da molto più di quanto tanti di noi credano.

I detrattori del Crocifisso sostengono che in un Paese laico non abbia alcun senso mettere un simbolo religioso nelle scuole. Non solo contraddice la laicità dello Stato, ma addirittura risulta offensivo per tutti coloro che sono atei o professano religioni diverse dal cristianesimo.

Chi invece è a favore del Crocifisso risponde ai detrattori parlando di simbolo non solo religioso, ma anche culturale: l'Italia affonda le proprie radici culturali nella cultura cristiana (basti pensare, per esempio, alle vacanze per il S. Natale, per la Pasqua, l'Immacolata Concezione, o al riposo domenicale) e negarlo non avrebbe alcun senso. Anzi, sarebbe una pericolosa perdita di identità. Quale che sia la vostra posizione, è utile ricordare che l'esposizione del Crocifisso negli edifici pubblici è stata normata dal regio decreto n. 965 del 1924, (ma già la Legge Casati del 1859 lo prevedeva come arredo scolastico) mai abrogato, passando per la legge 641/1967, la nota del 5 ottobre 1984, ed è stata comunque contrastata da molte sentenze, poi spesso ribaltate, soprattutto negli ultimi anni.

 E ci sono state voci di autorevoli intellettuali non cattolici che si sono schierati a favore del Crocifisso, come Natalia Ginzburg  della quale potete leggere qui le parole in merito alla questione (l'articolo apparve su L'Unità, il 22 marzo 1988).

Riferimenti alle controversie sull'esposizione del Crocifisso ci arrivano sempre dal nostro Don Camillo, nel dialogo tra la celeberrima maestra Cristina e i rossi, che, vinte le elezioni, hanno bisogno della "scuola serale" per fare "un po' di ripasso".

Da un pezzo s'era ritirata dall'insegnamento e viveva sola in quella remota casetta, ma avrebbe potuto lasciare spalancate le porte perché la "signora Cristina" era un monumento nazionale e nessuno avrebbe osato toccarle un dito. 
 «Cosa c'è?» chiese la signora Cristina. 
 «È successo un fatto» spiegò lo Spiccio.«Ci sono state le elezioni comunali e hanno vinto i "rossi"» «Brutta gente i "rossi"», commentò la signora Cristina.
 «I "rossi" che hanno vinto siamo noi», continuò lo Spiccio.
 « Brutta gente lo stesso!» insisté la signora Cristina.« Nel 1901 quel cretino di tuo padre voleva che togliessi il Crocifisso dalla scuola». 
«Altri tempi» disse lo Spiccio. «Adesso è diverso»
 « Meno male» borbottò la vecchia.«E allora?» 
«Allora il fatto è che abbiamo vinto noi, ma ci sono anche due della minoranza, due "neri"». 
 « "Neri"?» 
 «Sì, due reazionari: Spilletti e il cavalier Bignini...» 
La signora Cristina ridacchiò: 
 «Quelli, se siete rossi, vi faranno diventare gialli dall'itterizia! Figurati con tutte le stupidaggini che direte!»
 «Per questo siamo qui» borbottò lo Spiccio. «Noi non possiamo che venire da lei, perché soltanto di lei possiamo fidarci. Lei, si capisce, pagando, ci deve aiutare».
 «Aiutare?» «Qui c'è tutto il consiglio comunale. Noi veniamo per i campi la sera tardi, e lei ci fa un po' di ripasso. Ci riguarda le relazioni che dovremo leggereci spiega le parole che non riusciamo a capire [... ].» 
La signora Cristina scosse gravemente il capo.
 «Se voi invece di fare i mascalzoni aveste studiato quando era ora, adesso...» 
«Signora, roba di trent'anni fa...» 
La signora Cristina inforcò gli occhiali, ed eccola col busto diritto, come ringiovanita di trent'anni. E anche gli altri erano ringiovaniti di trent'anni. 

(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 49-50).

mercoledì 25 gennaio 2017

Cartoline del silenzio

Ragionando ancora sul silenzio...Tre "cartoline", tre autori tra loro distanti, tre modi diversi di percepire il silenzio non solo per la fruizione dell'arte, ma anche per la creazione della stessa.









lunedì 23 gennaio 2017

Elogio del silenzio




Avete mai notato che, sempre più spesso, tendiamo ad urlare?
Urliamo più o meno tutti, nella quotidianità e non solo in momenti eccezionali. I toni sono sempre alti, si urla al cellulare, e sempre più spesso capita di ascoltare intere telefonate altrui, come se le conversazioni dovessero diventare di dominio pubblico, salvo poi invocare la legge sulla privacy. C'è gente che urla addirittura sui social perché vuole farsi ascoltare e non sa che un orecchio attento - seppur virtuale -  si conquista con la gentilezza e la pacatezza.

Ci sono giorni in cui ho un grande bisogno di silenzio. Che non è evasione, ma una necessità: alzare sempre i toni copre tante verità; per essere autentici, è necessario ritrovare il silenzio.

Per questo amo il lago e chi mi legge dall'inizio, da prima della grande pausa, lo sa. Vivo a circa un'ora di strada dal lago di Iseo, che spesso diventa la meta di gite non programmate, di quei "Dove andiamo?" dopo pranzo, quando la pigrizia domenicale lascia il posto al desiderio di muoversi, di andare. Ed è la meta di quei momenti in cui si sente il bisogno di dire basta per qualche ora alle solite consuetudini, alle cose da fare e da dire.

Il lago mi rassicura, con quell'acqua cristallina abbracciata dalle montagne; si muove in piccole onde al passaggio dei battelli e poi torna calmo. L'odore dell'acqua dolce ha quel sentore antico, sempre uguale e l'aria frizzante di gennaio, quando c'è il sole, promette già una primavera meno distante, anche se ancora lontana.


Mi piace arrivare a Sulzano, prendere il battello e arrivare a Montisola, salire alla chiesa di Peschiera Maraglio e poi ancora più su, a rimirare il lago. Lì davvero si sente solo il rumore del respiro, si sentono voci, ma solo se si vuole parlare. Il tempo pare immobile eppure cambia, insieme alla luce sull'acqua e tra gli ulivi.



Ma solo nel silenzio si apprezza il mutare della luce nei mesi dell'anno. Se urliamo, se corriamo, non ci rendiamo conto.

Forse è per questo che nessuno legge più poesie, se non sporadicamente: ci sembra di non avere il tempo. Non abbiamo la forza di ascoltare in silenzio ciò che i versi hanno da dirci, lo sforzo di comprendere qualcosa che non sia immediato può apparire immane, inutile, ci dà fastidio.
I bambini, invece, sanno amare il silenzio. Si concentrano come solo loro sanno fare, sono dei veri maestri. Possono passare decine di minuti a guardare l'acqua, senza parlare, e ad emozionarsi per un'alga e un pesce, "proprio quell'alga e quel pesce lì, li vedi?". Seguono il loro pesce finché non lo perdono di vista, si lasciano catturare dal movimento di un'alga, mentre a te, adulto, sembravano tante alghe, tutte uguali e magari anche brutte.

Aveva ragione Pascoli. "È dentro noi un fanciullino...".


venerdì 20 gennaio 2017

L'angolo di Don Camillo - La paura continua

 
Poiché il mio primo post su don Camillo ha scatenato la furia di alcuni lettori, che davvero non so come ringraziare per l'attenzione che mi danno, ho deciso di creare una piccola rubrica per questo blog: "L'angolo di Don Camillo". Ogni settimana proporrò un passo tratto dal Mondo Piccolo, un passo che possa essere un commento non solo al passato, ma anche alla situazione presente.

Questo, che segue, per ricordare che la libertà di espressione - non di calunnia, non di offesa, non di vilipendio religioso, ma di espressione - non è solo una bella parola, ma un inalienabile diritto.
Buona lettura!


"È la paura" rispose il Cristo. "Essi hanno paura di te".
"Di me?"
"Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità, ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi debbono saperla la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: 'Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere; confrontate la vostra vita con quelle delle genti libere!'. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno, e se potranno, ti uccideranno, perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano, ma, per amore di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie, ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che sono vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se  taci tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?".
Don Camillo allargò le braccia.
"No", disse. "Mi stupirei se non sapessi che, per aver voluto dire la verità agli uomini, Voi siete stato messo in croce. Me ne dolgo semplicemente". 

(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 273-274). 

Linkwithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...