mercoledì 9 marzo 2016

Mappe

Io e le mappe. Un rapporto di odio. Loro mi odiano, non si fanno capire. Io le apprezzerei anche, mi incuriosiscono, ma in fondo le guardo sempre con un po' di diffidenza, soprattutto se sono di quelle pieghevoli, sì quelle degli uffici del turismo, perché poi io, com'erano prima, non le piego mai.
C'è sempre qualcosa che va fuori posto e il bel libretto con la copertina diventa un malloppo informe che puntualmente si strappa.
Niente, io con certe cose non vado d'accordo.

Ma non sono queste le mappe di cui io voglio parlare, bensì di un libro già famoso, Mappe, appunto, un libro che avevo già adocchiato con curiosità tra gli scaffali di alcune librerie. Questa settimana, durante il solito giro in biblioteca, l'abbiamo trovato esposto tra i libri consigliati e l'abbiamo portato a casa con la stessa soddisfazione con cui si trova un tesoro (suppongo, comunque, che lo acquisterò, un libro simile vale molto di più di quello che costa. Il prezzo è di 18,70 € circa)

Sarebbe, in realtà, un libro per bambini, ma è molto piacevole anche per gli adulti.

Edito nel 2013 da Electa Kids, scritto e disegnato dai coniugi  Aleksandra Mizielinska e Daniel Mizielinski , Mappe è un libro di grande formato (36x27 cm), così sottotitolato "Un atlante per viaggiare tra tere, mari e culture del mondo". Non si tratta di un atlante comune, di quelli che si usano come testi scolastici, per intenderci. È un vero e proprio libro d'arte, che  contiene 51 mappe disegnate, che illustrano 42 paesi e 6 continenti.
 
I disegni sono meravigliosi, ma quello che colpisce è il gusto per il dettaglio. Su ogni mappa troviamo infatti i personaggi più illustri di un determinato paese, i monumenti maggiormente rappresentativi, i prodotti tipici, i riferimenti alla cultura, all'arte, perfino agli abiti tradizionali, fino ad arrivare ai pesci che popolano i mari. Sono disegni che attraggono molto grandi e bambini (il cinquenne di casa approva), e soprattutto solleticano la curiosità. E' bello perdersi tra le pagine e le mille domande, che cosa  è questo, questo "palazzo" che cos'è, ma davvero esiste il pesce ghiaccio con il sangue trasparente, al Polo sud non abita nessuno?

Ricapitolando, eccoi dati del libro:

Aleksandra Mizielinska e Daniel Mizielinski, Mappe, Electa, Milano 2013, pp. 110.

Buona lettura. E buon divertimento :-)

lunedì 7 marzo 2016

Aiuto, dottore, ho la proustatite



Non è un blog di medicina e io non sono un uomo, quindi è impossibile che io soffra di prostatite e  ne parli per giunta in un blog che dovrebbe essere di libri e cioccolata e a volte parla di tutt'altro ma vabbe'...

Il fatto, però, è che io ho scritto proUstatite, e non prostatite... Lo zampino della letteratura qui c'è. Eccome.

La casa editrice indipendente Italosvevo (non c'è il sito, quindi vi linko l'articolo del Libraio) ha dato alle stampe il Piccolo dizionario delle malattie lettararie di Marco Rossari, un libretto curioso, un "catalogo dei malanni tipici delle lettere".

Perché la letteratura è come una malattia, ma al contrario. Quando prendi l'influenza,  pigli una tachipirina, o un antibiotico e sbuffi impaziente nell'attesa che i virus facciano ciao ciao (mio figlio li descrive come mostrini verdi con le antenne, da sterminare senza pietà); quando ti ammali di letteratura, i virus te li vai a cercare e te li senti tutti, i sintomi, con quel fare compiaciuto e un po' snob del "chissà chi mi capisce veramente, sono molto malato, ma è così bello esserlo".

Ecco un dizionario che fa al caso di noi malati letterari. Che dice Rossari del metodo Proust? "Prezioso rimedio contro l‘Alzheimer con agevole bugiardino in sei volumi". Proustatite? "Infiammazione della Madeleine".

Comodino? Nevrosi dell'accumulo ( ne avevo parlato anche io...)

Oppure il colophon, "la cartella diagnostica" (ehm,  considerazione da prof.  Provate a dire "colophon" a una classe di studenti, che solitamente non hanno idea di cosa sia e al massimo lo associano al colon retto. Dite "colophon" così, buttando lì la parola mentre spiegate. Assistete alla reazione)

Scorrendo il manualetto, ecco che ritrovo una delle malattie più comuni di questi tempi, che ogni tanto mi contagiano, poi se ne vanno, insomma, una sorta di febbre malarica: L’avanguardia: "morbo novecentesco che ha diseducato i pazienti allo stile e alla preparazione". Es.: è avanguardistico? No, è che non sa scrivere....

Io direi che un libretto così, le cui pagine vanno ancora tagliate  (chissà perché un libro così mi sembra l'oggetto giusto da regalare a un amico di blog, l'autore di Bassa Velocità) dovrebbe essere una autentica chicca da custodire nella nostra libreria e, all'occorrenza, potrebbe anche trasformarsi in un comfort book - con effetto risata immediato.

lunedì 29 febbraio 2016

I comfort books



 

Passo intere giornate a pensare cos'è il dubbio 
(Alda Merini)


Poi ci sono quelle sere in cui mi basta aprire un libretto della grande Alda e trovo sempre qualche aforisma che mi risuona dentro, che sembra racchiudere il senso di giornate un po' così, tra il caldo e il freddo, la noia e l'azione, la tentazione di una coperta morbida e la voglia di perdersi tra le parole.

Perché ci sono sere in cui ci si chiede se le parole dette sono state capite, ma poi quelle parole te le ritrovi appiccicate al cuore e allora sì, sai che erano giuste, ma forse erano chiare davvero solo a te. 

E ci sono sere che concludono una giornata di  pensieri che hanno la fisionomia del sogno, o di sogni che hanno tutta l'aria di essere pensieri e non si può fare a meno di trovare rifugio in un abbraccio e in un libro caro, di quelli che si aprono solo per essere letti a pezzi, come morsi di una mela golosa. Quei libri che bisogna avere a portata di mano e che talvolta rimangono gli stessi per mesi o addirittura anni, perché sanno sempre dire qualcosa. 

Io, da tanto, tantissimi tempo, ho in Aforismi e magie il mio "Comfort book" personale. Non so quando cambierà, né se cambierà. So che mi piace averlo sempre a portata di mano.
Voi avete un Comfort book?

 


lunedì 22 febbraio 2016

Come l'acqua... per i fumenti


 Oggi ho scritto il titolo prima di pensare davvero a cosa scrivere, "Come l'acqua..." ed ecco che mi è tornato in mente i film "Come l'acqua per il cioccolato" e poi il libro da cui è stato tratto, Dolce come il cioccolato (tutta roba recente, eh) e poi, loro. I fumenti.
Proprio dalla poesia alla prosa più cruda, dallo struggimento di una storia d'amore piena di infelicità, ai pentoloni fumanti per dare sollievo al mio naso (che poi quando non bastano, vai di ettolitri di acqua di Sirmione).

Che dire. Le ultime due settimane sono state un balletto di virus influenzali (lo so che ne avevo già parlato, ma qui hanno sferrato il grande attacco), che prima hanno più o meno toccato gli altri componenti della famiglia, poi hanno messo ko la sottoscritta, la quale tanto si vantava che con 38 di febbre è pimpante e fresca come una rosa, manda avanti la baracca, ecc.. ecc... e poi ha passato 6 giorni 6 con il febbrone, perfettamente mimetizzata con il divano e la copertina di pile coi cagnolini rossi.

Mio figlio mi visitava con i suoi attrezzi da dottore, lo stetoscopio rosso e lo sfigmomanometro azzurro e sentenziava, scrutandomi: "Ho appena visto un germe. Ah, no, è una coccinella che cammina per casa".  Dopo di che, cercava di farmi l'inizione con la siringa gialla con la quale ovviamente mi prendeva a pugnalate "perché tanto non ha l'ago, male non ti faccio".
Voglio dire, un decorso di malattia assolutamente riposante.
La cosa per me fuori dal comune  - oltre ad essere splamata sul divano incapace di reagire - è che non sono quasi riuscita a leggere niente, Io, che di solito approfitto della febbre per leggermi qualche bel romanzo, niente, stavolta al massimo qualche rivista, ma giusto per guardare le figure. No, non è stata un'influenza da intellettuale sofferente, che so, roba da declamare i versi di Byron nel tremore febbrile e spargere lacrime e sudore, e ok, ok, la smetto.

 Nel frattempo, è morto Umberto Eco e, sebbene io non l'abbia mai particolarmente amato, mi è rimasta comunque quella tristezza di "un altro grande che se ne va". Però è anche bello pensare che ci sia un'eredità da raccogliere. Devo ammettere che ho la classica mentalità da liceo classico, abituata ad ammirare ciò che è più o meno vetusto e a fidarmi poco del giovane. Nel senso, istintivamente mi dà molta più fiducia il professore d'annata del giovane alunno, salvo poi realizzare molto spesso che  il giovane alunno è anche più in gamba del vetusto professore. Sarà forse che Italia si diventa docenti universitari ordinari una manciata di anni prima della pensione e quindi il concetto di "giovane" non è proprio ben chiaro tra le gerarchie accademiche.

Comunque non è un problema mio, io resto alla docenza di scuola superiore e ho la grande fortuna di divertirmi lavorando (quando va bene, ci sono giorni in cui mi chiedo cosa abbia fatto di male per dover subire tutto ciò), oltre che a poter studiare tanto di tutto e tutti i giorni, il che è una gran fortuna.

Chiudo qui, con questo post che è un meraviglioso esempio di superficialità: dai film ai fumenti, dall'influenza a Umberto Eco, con una divagazione sull'insegnamento.

Prendetelo come un rodaggio dei neuroni post influenzali. La prossima volta tornerò con qualcosa di serio.

(Mah)


lunedì 8 febbraio 2016

I libri sul comodino

 
Magari capita solo a me, ma ci sono sere in cui mi pare che la giornata sia durata 45 ore, tra l'altro senza pause. Quelle sono sere in cui, se voglio fare qualcosa di intellettuale, guardo facebook (!!!), oppure più saggiamente arranco verso il letto perché ormai sono dissociata dall'universo. Puntualmente, mentre appoggio la testa sul cuscino, un'inquietudine sottile inizia a invadermi le periferie cerebrali. Non prendo subito sonno, piano piano i pensieri prendono forma ed ecco... Sono le 23.30, la casa è già nel silenzio, e  mi ricordo solo in quel momento che devo far partire l'asciugatrice, altrimenti domani il piccolo va all'asilo in pigiama perché in due giorni è riuscito a sporcare tutta la sua fornitura di pantaloni da combattimento. Oppure, e qui è il panico totale, realizzo che domani c'è storia e io ho preparato la lezione di italiano e adesso devo fare appello a forze ignote dentro di me per riuscire a elaborare una lezione come si deve. Mettersi a lavorare uscendo da uno stato di dormiveglia è lesivo dei diritti umani, ma bisogna pur farlo, se serve.

Così, col sonno a metà interrotto dal "noooooooo, mi sono dimenticata", capita che mi svegli poi completamente e che non riesca più a riprendere sonno. La lezione di storia è pronta, l'asciugatrice ha finito il ciclo e io sono qui, stanca e senza sonno, e domani so già che sfoggerò occhiaie da competizione, roba che anche il correttore si dichiara sconfitto in partenza.

Che fare? Di solito mi metto a leggere. In questo periodo ho un po' di libri sul comodino: c'è Lucrezia Floriani, che però non procede come lettura e non so neppure spiegarmi il perché; sopra, a portata di mano, l'immortale Don Camillo, che sto rileggendo per la terza volta, mi pare. Però devo stare attenta, perché mi piace così tanto che poi non smetto più e finisce che spengo la luce a notte fonda. Alla base, ci sono le riviste di arredamento, che compro sempre e mi fanno venire l'insana voglia di ribaltare casa ogni due mesi e sono sconsigliate come lettura notturna perché inducono a prendere  le misure in cucina alle 2. Di fianco, tengo attualmente Afrodita di Isabel Allende, che ho ripreso in mano qualche mese fa e mi fa sempre tanto ridere. Ne apro una pagina a caso, leggo un capitoletto e mi faccio delle grandi risate. E poi, sulla mia edizione, ho l'autografo della Allende; ricordo ancora la fila di ore in Feltrinelli a Milano, tanti anni fa, solo per stringerle la mano.

Io cerco, davvero cerco, di avere il comodino ordinatissimo, ma non riesco. No, i libri non fanno caos, mai, ma a volte arrivo ad averne così tanti che al mattino non trovo la sveglia e divento pazza perché non riesco  togliere l'allarme. I libri sono amici, ce ne sono alcuni che sono presenze rassicuranti o, come il meraviglioso Quello che piace a Irene (ora è in cucina, oggi mi serviva una ricetta)  che mi rilassano già dalla copertina e che hanno anche un odore particolare, da libro prezioso.
E voi, che libri avete sul comodino?

venerdì 5 febbraio 2016

Salon du chocolat a Milano


 Plin, plon. Comunicazione di servizio.

A proposito di cioccolata, torte ecc..., sapete che a Milano si apre il Salon du Chocolat?
Ecco le date: 13-15 febbraio. Dove? Presso The Mall - Porta Nuova Varesine, zona Garibaldi.

Qui tutte le info. Ci sono moltissime proposte,  dal "chocofashion" al "chocofamily".
Direi che ci si può sbizzarrire ;-)

Di cioccolata, torte e caffè


 Il titolo del blog è un inno ai libri e al cioccolato, al cioccolato quello buono, di solito fondente, o fondente e nocciole. Per me questo è IL cioccolato. Ma lo è anche  una cioccolata calda, magari accompagnata da qualche biscottino croccante,o il gianduiotto che ti si scioglie in bocca (e io quelli di Stratta ogni tanto li sogno di notte, mi tocca proprio tornare a Torino per fare scorta).

(Comunque no, non sono golosa. In realtà io il cioccolato lo contemplo e lo annuso, poi mangio al massimo la crema di carrube, che è tutta salute...).

Prima stavo pensando alla colazione di domani. Il fine settimana è l'unico momento in cui possiamo fare colazione tutti insieme (anche se di sabato io lavoro, ma inizio tardi), quindi mi piace preparare una torta, apparecchiare bene la tavola - cosa che comunque cerco di fare anche durante la settimana - e godermi il caffè in tutta lentezza. Al mattino sono un bradipo, senza caffè vago come un'ameba per casa e non riesco a collegare i pochi neuroni già svegli. Anche mio figlio sa che può iniziare a chiedermi qualcosa dopo colazione, prima non so cosa rispondergli, vado a tentoni, butto là frasi a caso e quindi ha capito che non vale la pena coinvolgere nei suoi discorsi un'interlocutrice muta o al massimo dispensatrice di monosillabi.

Tornando a noi, e al pensiero della colazione. Venerdì sera, mentre la cena è sul fornello, che si fa? Si prepara una torta. Mi sono accorta di non avere uova, così ho spulciato uno dei miei blog preferiti, Zenzero e Limone, e ho trovato la ricetta di questa Torta al cioccolato, ricetta light.
Una di quelle classiche torte che mio marito definisce "non torte", cioè senza burro e senza uova. La ricetta dice di mettere il latte, ma visto che in casa io avevo solo la bevanda di riso, ho usato quello, quindi siamo addirittura al veganismo.
Non ero molto convinta, alla fine è un impasto semplicissimo con farina, lievito, cacao, zucchero e latte e stop. Niente di elaborato, niente che faccia pensare all'alta pasticceria, ma devo dire che il profumino è veramente invitante. Ovvio che qualche fetta è già stata divorata prontamente "ma che profumo, posso mangiare una fetta? Una grande grande?" , e confermo, il sapore è buono, un po' "farinoso", ma la consistenza è molto soffice. E poi c'è il cioccolato che risolleva gli animi, per me una torta con il cioccolato ha sempre una marcia in più anche nella sua semplicità, fa "festa" anche se non è per un'occasione speciale, ma, in fondo, una torta rende sempre tutto un po' speciale, regala sorrisi un po' a tutti senza un vero apparente motivo.

Una torta è come una poesia o un  bel romanzo: può anche non essere indispensabile nella dieta quotidiana, ma, quando c'è,  la giornata acquista un altro sapore. 

lunedì 1 febbraio 2016

Metti un San Valentino a Milano (con l'arte di Ad Artem)




Il 14 febbraio si avvicina... San Valentino, la festa degli innamorati.

Da quando posso festeggiarlo (quel sant'uomo mi sopporta ancora, nonostante tutto), faccio la superiore e dico che è solo una festa commerciale, però poi il regalino lo voglio e se non arriva ci resto anche un po' male. Quando si dice la coerenza.

Quando ero più "giovane" (anche adesso sono giovane, molto giovane, sono solo un po' più matura e comunque l'età mentale non corrisponde con quella anagrafica) e non mi filava nessuno, passavo la giornata a rosicare e a lagnarmi sul destino infelice delle single circondate da coppie felici, affiatate e  melense. Le compagne  portavano a scuola i cioccolatini, l'anello di paccottiglia, o il braccialettino e io sbattevo la testa sul Rocci e mi domandavo cosa avessi fatto di male per trascorrere il 14 febbraio con Plutarco.

Poi, il 15, un sospiro di sollievo.

Tralasciando ora questi dettagli che provocano in me rimembranze depressive e agghiaccianti immagini di permanenti e occhialoni da miope, veniamo all'argomento del post, e cioè "San Valentino 2016".
L'idea mi è venuta quando stamattina ho controllato l'email e ho trovato un invito che non poteva non attirare la mia attenzione: Speciale San Valentino di Ad Artem. Per chi non la conoscesse, Ad Artem è una società nata a Milano, fondata da alcuni storici dell'arte allo scopo di valorizzare il patrimonio artistico e culturale milanese; per questo propone iniziative numerose e variegate per le scuole, le famiglie, i gruppi di persone o i singoli interessati. Ho avuto modo di rivolgermi a loro come insegnante e posso solo parlarne benissimo, sia per la qualità dei servizi offerti, sia per la cortesia e l'affidabilità (non mi pagano, eh).

Per questo San Valentino "quelli" di Ad Artem si sono inventati percorsi a Milano per le coppie: Passeggiata romantica sulle merlate del Castello Sforzesco, un percorso sui sentimenti e le passioni all'interno del Museo del '900, la visita alla casa museo dei coniugi Boschi Di Stefano (non l'ho mai vista! Devo porre rimedio).  O ancora, come dimenticare Renzo e Lucia e le loro peripezie che si sono incrociate con la storia travagliata della Milano del 1630? Dal Lazzaretto fino al Duomo, la guida spiegherà le vicende dei due giovani innamorati ripercorrendo i passi di Renzo nel suo viaggio a Milano.

Ora, indipendentemente che uno trovi sensato o meno festeggiare San Valentino, io credo che queste iniziative siano meravigliose. Come già dicevo, Milano sembra pudica nel mostrare il suo lato migliore e, talvolta, solo in casi fortuiti si riesce a cogliere la sua vera bellezza e comprendere la poesia di certi quartieri, o di certi vicoli che sembrano riportare indietro nel tempo, appena svoltato l'angolo di una strada caotica. D'altra parte, il fascino risiede spesso nel mistero. 

sabato 30 gennaio 2016

Perché fare l'insegnante


Quello dell'insegnante è forse il lavoro più criticato di tutti i tempi.
C'è il solito luogo comune dei tre mesi di vacanza estivi, rimane salda la convinzione che il professore di pomeriggio non lavori e che ripeta a pappardella le solite cose per tutti gli anni della sua disonorata carriera.
Ancora,  c'è chi pensa che se uno spende i soldi per laurearsi e poi va a fare l'insegnante, è perché, tutto sommato, è un po' sfigato e non ha trovato altro. Se poi si specializza per abilitarsi, insomma, vuol dire che ha proprio soldi da buttar via (sì, perché specializzarsi con i corsi universitari -  la vecchia SSIS, quella frequentata da me, o   i TFA -  costa).
La verità? La maggior parte di coloro che fanno parte della mia generazione insegna perché ci crede veramente. E perché crede che non ci sia lavoro più bello dell'insegnamento, a dispetto dello stipendio non proprio principesco.  C'è chi, come me, è approdato all'insegnamento dopo un cammino di maturazione personale e varie esperienze lavorative in altri ambiti. C'è chi si iscrive all'università già con le idee chiare, con la ferma volontà di fare l'insegnante.

Insegnare è un lavoro diverso da tutti gli altri. Non esiste la routine, ogni giorno è un giorno  sé. Ogni mattina incontri la realtà degli altri, degli studenti, che, se sono adolescenti, sono spesso altalenanti nell'umore e nel comportamento. Bisogna farsi l'occhio, fotografare con lo sguardo la classe non appena si varca la porta e capire come bisognerà fare, per quell'ora. C'è la classe calma e la classe agitata, quella in cui è meglio imporsi di più, quella in cui è più opportuno essere pacati.
I ragazzi vanno conquistati e lo sa il cielo quanto questo, talvolta, sia difficile. Perché a volte non si fidano, o  pensano che la scuola sia solo un voto e un continuo braccio di ferro con chi sta in cattedra.

Chi insegna ha una responsabilità enorme. Ha nelle sue mani il cervello degli alunni, e scusate se è poco. Deve trasmettere conoscenze, ma anche educare e, soprattutto, deve rendere capace lo studente di fare. "Insegnami a fare da solo", è il motto montessoriano, ma è il fine ultimo dell'insegnamento. Il più grande traguardo che un insegnante possa raggiungere è quello di portare i suoi studenti a una autonomia di pensiero, di renderli consapevoli che il mondo va letto criticamente e di fornire loro gli strumenti per essere critici.

A volte sembra di fallire. A fronte di tanto impegno, talvolta non arrivano risposte dagli studenti e allora l'insegnante si chiede come e dove sta sbagliando. Poi magari si scopre la chiave che apre il segreto di quella classe e, all'improvviso, tutto cambia. I ragazzi iniziano a lavorare, a incuriosirsi,  a uscire da quel limbo di indifferenza nel quale avevano ciondolato fino a poco prima. Ecco, quando questo accade è una sorta di miracolo.
Vedere sguardi accendersi. Sentirsi dire "Prof., questo mi piace troppo". Sentire gli studenti ridere perché stanno leggendo Guareschi oppure stupirsi perché quello che ti sembrava distratto se ne esce con un approfondimento su Giacomo da Lentini. O commuoversi (giuro, mi è successo) perché lo studente che per mesi non ha mai, e dico mai, aperto un libro, all'improvviso sostiene un'interrogazione brillante e ti dice che ci tiene veramente ("Prof., mi guardi poco perché mi fa paura quando mi guarda, però so tutto"). E' questo il miracolo. Perché  gli studenti se lo ricorderanno per sempre,  si ricorderanno di essere stati felici di imparare. E forse, un giorno, avranno voglia di essere felici allo stesso modo, e allora studieranno ancora, e apriranno il loro orizzonte, oltre il telefonino, oltre le chat, oltre i videogames.
A quel punto l'insegnante sarà alle prese con altre classi e altre sfide, e quegli studenti saranno ormai diventanti uomini, ma quello che è stato, quelle ore in classe, saranno per sempre nel loro cuore e nella loro testa.
Ecco perché uno sceglie di fare l'insegnante.

venerdì 29 gennaio 2016

I virus influenzali degli uomini sono diversi da quelli delle donne

 

Sono giorni che non scrivo, ma è una settimana in compagnia dei virus influenzali che, a turno, passano a trovare ciascun membro della famiglia.

Stavo pensando, però: quando mio figlio è ammalato, giustamente dorme.
Quando a essere ammalato è mio marito, giustamente dorme, perché con la febbre a 37.1, si sa, si sta malissimo...
Quando sono ammalata io,  mi imbottisco di tachipirina, vado a lavorare, sistemo casa, accompagno e riprendo all'asilo, preparo merende, cucino e la sera stramazzo, col capello stile Medusa e  l'occhiaia gotica.

A questo punto mi domando se i virus influenzali subiscano mutazioni strane a seconda che si accomodino  in un corpo maschile o femminile; propendo però per  il caro vecchio luogo comune, per cui le donne semplicemente non ci fanno caso. All'influenza. Cominciano a sventolare bandiera bianca solo quando la febbre sale a 39. L'uomo semplicemente la sventola prima, uno sventolio preventivo, direi.

C'è da dire che le giornate sono sempre piene di cose da fare, di cose per sé, ma soprattutto per gli altri. Allora, appena puoi raccattare un mucchietto di forze, le spendi per fare qualcosa, per esserci. Questo senso di responsabilità si accentua con tinte melodrammatiche e insieme epiche durante l'influenza: come farà il mondo ad andare avanti senza di me, se me ne sto mezza giornata spalmata sul divano con il plaid a guardare programmi trash alla tv? In fondo, lo diceva anche Alda Merini che

Chi regala 
le ore agli altri
vive 
in eterno

La verità è che si potrebbe benissimo osare riposarsi, ma forse non lo si vuole per davvero. Perché in fondo piace sentirsi indispensabili e soprattutto piace poter fare ironia sull'uomo influenzato. Che soffre, terribilmente .

lunedì 25 gennaio 2016

Milano dei ricordi, Milano del Teatro alla Scala

Ieri, Milano.
Tanta, tantissima gente, in piazza Duomo, in Galleria, nelle vie dello shopping che tanto mi ricordano gli anni dell'università e dei primi lavori nella "città del lavoro". Una città multiforme, dagli scorci mozzafiato, dai quartieri pieni di fascino, ma che aspettano di essere scoperti. Milano non si concede - secondo me - in tutto il suo splendore come Parigi, per esempio. Aspetta che qualcuno la sappia guardare, che qualcuno abbia voglia di scrutare nei suoi giardini - che meraviglia, i fenicotteri rosa di Villa Invernizzi - ,   che giri con il naso all'insù per ammirare il Quartiere Liberty, passare in Corso Venezia sotto le losanghe di Portaluppi, poi un caffè in Villa Necchi Campiglio (ma anche una visita guidata, perché no?), o  l'aperitivo a Brera, che sarà scontato, ma che meraviglia è, Brera?

 I fenicotteri rosa di Villa Invernizzi

 
 Villa Necchi Campiglio

La Brera del mio primo lavoro "importante" (facevo la guida - assistente museale, per l'esattezza -  alle mostre della Biblioteca Braidense nel fine settimana, durante l'Università), la Brera delle vie più defilate, ma anche di Via Solferino, dei negozi più nuovi, della via Fiori Chiari che per me rimane ancora inondata del profumo di Lush.

Milano... Ogni tanto ho bisogno di  andarla a trovare, come una vecchia amica. Ripercorro le "mie" vie e mi diverto a guardare cosa c'è di nuovo e cosa è rimasto di quando passavo ogni giorno di lì.

Milano è anche la Scala.
 Non ho assistito a tanti concerti alla Scala, ma tutti sono perfettamente impressi nella mia memoria.  L'ultimo? Ieri.
La prima volta alla Scala di mio figlio, la prima volta di me come mamma. Su, su, in seconda galleria (un caldo atroce), ma in prima fila "oh, siamo quasi al tetto", il grande lampadario, l'orologio che segna i cinque minuti,e i velluti e l'oro e le luci che si abbassano .
Applausi.
Gli ottoni della Scala suonano Gershwin e la prima assoluta di An American in Milan di Giancarlo Aquilanti e noi guardiamo giù. Il mio piccolo sta lì con la testa appoggiata alle mani, ogni tanto fa domande, applaude, si diverte e si stanca anche. Come lui, tanti bimbi,  muti durante l'esecuzione e poi, tra un brano e l'altro "Stasera cosa si mangia?".
Comunque... Conosco bene quelle musiche, ho pensato "Proviamo, anche se è ancora piccolo, sono musiche divertenti, forse gli piaceranno".
L'esecuzione non è in alcuni punti impeccabile, ma l'emozione, la nostra, è vera, autentica, e sarà quella di avere condiviso un momento così bello, quella di aver visto gli strumenti animarsi, prendere vita, e regalare musica a un teatro così bello e così gremito.
E dopo il concerto, immancabile un giro allo shop. Non c'è molto, cose da turisti, le tazze, le presine con le note o i magneti da frigorifero. Vorrei comprare qualche libro, ma che prezzi! Allora cerco un libretto adatto ai bambini e uno mi colpisce: Il teatro alla Scala, Skira Kids, della collana "Scopri e colora".
Un libretto da colorare in cui Giuseppe Verdi - con gli occhi a croma - spiega le curiosità del Teatro, dal lampadario, alle cucine dietro ai palchi in cui era sempre pronto il risotto, al museo. Molto semplice, adatto davvero ai più piccoli, trovo sia divertente perché, colorando, i bambini possono immaginare e inventare e, allo stesso tempo, riescono a notare molti particolari.

Per chi fosse interessato, vi lascio info anche sul concerto (soprattutto in vista dei prossimi). Il concerto a cui ho partecipato fa parte del ciclo Grandi spettacoli per i più piccoli: si tratta di  opere, balletti e concerti appunto dedicati ai più piccoli. I prezzi, per i concerti, variano dai 18 ai 12 € per un biglietto intero, mentre i bambini e i ragazzi fino ai 18 anni pagano solo 1 € (devono ovviamente essere accompagnati da un adulto).

venerdì 22 gennaio 2016

Di luna e di ali di drago

"Fotografiamo la luna, sta sorridendo!", esordisce mio figlio in una passeggiata di tardo pomeriggio, quando già il cielo non è più azzurro e sta scivolando nella notte di questo gennaio inspiegabilmente di sole.
La luna è alta, grande, piena e lucente. Viene spontaneo, sul ciottolato della piazza del Duomo, fermarsi con il naso all'insù.
Il mio piccolo prende il mio cellulare, scatta una foto, poi un video "Ciao luna, sorridi" . La gente che passa di lì lo guarda con tenerezza, ma lui è impegnato, deve catturare quello sguardo giallo, sopra quel campanile a cui lui è tanto affezionato.
Chissà cosa gli dice, la luna. Chissà cosa vede in quegli occhi lontani.

Mi prende la mano, è ora di tornare e di raccontarci la giornata, i suoi disegni, i suoi giochi.
A casa, non stanco, decide di essere un drago. Disegniamo le ali un po' verdi, e un po' colorate, dopotutto chi sa se davvero i draghi sono verdi. Un paio d'ali anche per me, perché lui è draghetto e io mamma drago. Ce le attacchiamo a vicenda sulla schiena, ora basta solo immaginare di volare.
"Il fuoco facciamo solo finta di sputarlo, ma noi siamo draghi buoni, non bruciamo niente".

Guardo il rotolo di carta, le matite colorate, quel paio di forbici rosse. Da un pezzo di carta può nascere una creatura fantastica, con le matite colorate possiamo scrivere storie speciali perché solo nostre.

E la luna, là fuori, ancora ci sorride e sussurra parole che solo i bambini sanno spiegare.

mercoledì 20 gennaio 2016

Chiudiamo le scuole!

 
Qualche giorno fa, ho partecipato a una discussione su un gruppo facebook riguardo a un fatto di cronaca. Due studenti, in una scuola superiore, si stavano picchiando, l'insegnante che sorvegliava i corridoi all'intervallo è corsa per sedare la rissa e si è beccata un pugno in faccia (sembra per sbaglio), cosa che ha reso necessario l'intervento del 118.
Tanti commentavano costernati e scandalizzati l'accaduto, qualcuno si lamentava con le solite frasi fatte (Dove andremo a finire?) e uno ha invitato tutti a rileggersi Chiudiamo le scuole! di Papini, come testo esemplare che avrebbe chiarito tutto sull'argomento scuola e disagio.
Io ho colto quell'invito, perché, insomma, mi sembra naturale che si debba giudicare la scuola del 2016 in base a uno scritto del 1914, quando neanche Gentile si era affacciato al Ministero della Pubblica Istruzione. Ma tant'è. Uno scritto di letteratura, di Papini poi che mi è pure simpatico, si trova sempre il tempo di leggerlo.

Quanta verità in quelle pagine! Propongo quindi  - in grassetto - alcune frasi significative e assolutamente attuali. Sotto, il mio commento personale commento ( ahimè, Papini ha ragione da vendere, sembra che abbia scritto oggi).

Diffidiamo de' casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserme, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste pubbliche architetture sono di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali.

Oddio, sul Parlamento, specie sul nostro, mi sento di contraddirlo. In quale luogo si esercita maggiormente la propria cultura, in quale altro luogo si può provare la propria statura morale così come in Parlamento?
Mi sembra invece  il caso di diffidare degli Ospedali perché se mi ammalo ho il cellulare dello sciamano e sto a posto.
Per quanto riguarda le scuole, sì, certo sono architetture di malaugurio.Soprattutto per l'amianto sui tetti, gli spifferi, i 40 gradi a giugno, la muffa sui muri, i ragni e le ragnatele.


Le scuole, dunque, non sono altro che reclusori per minorenni istituiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi. Quali? (...) Per i maestri c'è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta "nobile" e che offre, in più, tre mesi di vacanza l'anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita qualche migliaio di bambini o giovani. 

Confermo. Pane, carne e vestiti firmati al mercato cittadino me li posso permettere svolgendo la professione da insegnante. Ho tre mesi di vacanza l'anno, perché a giugno, luglio, e fine agosto gli esami di maturità , quelli di riparazione e i corsi di recupero sono totalmente autogestiti dagli alunni.  Al pomeriggio, poi, gli insegnanti, che notoriamente lavorano 18 h  a settimana, si trovano al centro estetico o al bar. I consigli di classe, i collegi docenti, i dipartimenti, i corsi di formazione sono farse, ridotti a  moduli di carta su cui si appone una firma con esplicito consenso del dirigente scolastico. Le lezioni sono proposte su file audio forniti gentilmente dalle case editrici, per cui in classe non dobbiamo neppure fare la fatica di parlare. Metti su l'MP3 ed è fatta. I compiti, soprattutto i temi, sono ormai corretti da lettori ottici, quindi ci siamo levati anche 'sto problema della sintassi e delle argomentazioni.
Sul sadismo, be', io non aspetto altro.E loro, poverini, reagiscono rifugiandosi nelle droghe, minacciando, picchiando, sputando, scappando dalla finestra, portandosi dietro l'avvocato se hanno preso 2 in una verifica in cui hanno scritto addirittura nome e cognome. È colpa mia, io insegnante sono colpevole del disagio sociale giovanile. Mea culpa.


La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione. Insegna moltissime cose inutili che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé. (...) La scuola insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d'ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni.
Vero, verissimo. Io l'ho sempre detto che l'analfabetismo rende il mondo migliore. E anche se l'analfabetsimo purtroppo è stato sconfitto,  l'ignoranza porta comunque tanta felicità, (meno pensi e meglio stai), quindi a scuola cerco il più possibile di evitare qualunque formazione di spirito critico, per creare greggi di cretini incapaci di pensare con la propria testa. Io insegno perché la mia ambizione è formare deficienti.
 Vero altresì che l'insegnamento, più ancora che nel 1914, oggi è standardizzato. Non crederete forse che PEI, BES, PDP, potenziamenti e recuperi servano a qualcosa? Ingenui! Tutte sigle e siglette inventate per raggirare i genitori ignari. Gli insegnanti non sanno assolutamente come personalizzare l'insegnamento. Non lo sanno perché fondamentalmente sono ignoranti. Spesso le lauree e le specializzazioni, soprattutto quelle ottenute con lode, sono frutti di meri favori più o meno leciti. Chi ha mai studiato due, tre, cinque mesi per sostenere un esame universitario? Chi ha mai passato mesi chiuso in una biblioteca per stendere una tesi di laurea? O ha trascorso due anni per specializzarsi, mangiando un panino in treno dopo il lavoro e rincasando la sera dopo le 20, per poi studiare dopo una cena veloce? Se ve lo raccontano, non credeteci. Sono tutte balle clamorose.

 Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati "cattivi" scolari. (I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere una certa fama sono stati spesso i "primi" della classe).
Be', certamente i grandi scrittori, i grandi medici, i grandi artisti, i grandi scienziati, i grandi musicisti sono stati tutti autodidatti e non hanno mai messo piede in una scuola. Questa è la grande verità. Non penserete che chi lavora per scoprire la cura contro il cancro sia mai stato all'Università? Home schooling tutta la vita, altro che. Non penserete che i grandi critici della letteratura, i grandi scrittori, siano mai andati a scuola? Pirandello non l'hanno mai mandato a scuola e ha vinto pure il Nobel. E scriveva "pagliacciate! pagliacciate! pagliacciate!" perché se la rideva all'idea di aver raggirato pure quelli dell'accademia di Svezia. Un semianalfabeta che si è beccato un premio prestigioso.
E poi i mediocri che erano i primi della classe al massimo fanno i professori. Cioè fanno gli imbecilli (vedi la frase successiva)

La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari, ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero in principio - e non è dir poco.

A parte che oggi, come dicevo, chi spiega più? C'è l'MP3. Poi comunque ha ragione, ragionissima (mi si permetta il sostantivo al superlativo). Ogni giorno gli insegnanti entrano in classe e ripetono come pappagalli quello che hanno studiato 30 anni prima. Come una litania, un rosario, a bassa voce, sommesso, con la pupilla vitrea e lo sguardo istupidito. Deficienti con l'ambizione di formare deficienti. C'è chi fa finta di proporre nuove strategie didattiche, mente ai suoi studenti raccontando l'altra grande balla di aver frequentato seminari e corsi ad hoc, ma in realtà il corso era la ceretta e il massaggio con le pietre calde dall'estetista. Illusi, non crederete che gli insegnanti si aggiornino?


Ha ragione, Papini. Chiudiamo le scuole!
E ridiamocela, se un'insegnante si becca un pugno in faccia. Se l'è meritato, quella cretina di Stato!


domenica 17 gennaio 2016

I muffin ai mirtilli di Rimbaud



No, non so se Rimbaud mangiasse muffin ai mirtilli, probabilmente neanche sapeva cose fossero i muffin ai mirtilli, ma visto che, quando ho scritto della locanda verde, mi sono anche sbafata i muffin ai mirtilli, ecco che quei muffin sono stati ribattezzati "Muffin ai mirtilli di Rimbaud".

Quante volte ho scritto muffin ai mirtilli?

E, visto che l'avevo promesso, ecco qui la ricetta. Con una premessa: la forma è sicuramente quella dei muffin, ma qui non c'è la distinzione tra ingredienti secchi e liquidi che vanno miscelati prima separatamente e poi insieme. Si mette tutto nella stessa ciotola, subito, quindi sono più tortini che muffin, almeno credo. Però nel ricettario (un inserto di Cucina moderna, intitolato Cake) sono chiamati muffin.

In ogni caso, sono proprio buoni!

Ingredienti (rispetto all'originale, ho messo meno mirtilli e meno zucchero)
250 gr di farina 0
1 bustina di lievito per dolci
2 uova
120 gr. di mirtilli (200 gr. nella ricetta)
120 gr. di zucchero (150 gr. nella ricetta)
250 ml di latte
100 gr. di burro

 
Montate le uova con lo zucchero. Aggiungere poi il burro morbido a pezzi, la farina con il lievito, e versare poco alla volta il latte, finché non si ottiene un composto omogeneo. Infine, incorporare i mirtilli lavati e asciugati mescolando delicatamente.

 Riempire per 3/4 gli stampini dei muffin e infornare per 20 minuti a 180°.

L'inserto domenicale del Sole 24 Ore e piccole considerazioni sull'arte

 
Stamattina, era ancora presto, ho visto il sole filtrare dalle finestre.

Il sole, in inverno, è sempre una sveglia felice. Anche con le imposte chiuse, già si intuisce che fuori sarà colorato, che si percepirà un po' di tepore, anche se tra folate di vento gelido. Se poi, come stamattina, è di domenica mattina, ci si prende tutto il tempo per la colazione, le chiacchiere e i giochi in pigiama.

( Ovviamente svegliarsi tardi resta un'utopia, ma se la sveglia umana - leggi: il cinquenne - arriva anche solo alle 8.00, si può essere felici e festeggiare per la gran dormita).

Con il sole si esce, si respira il vento e si guardano all'orizzonte le montagne innevate, che sembrano così incredibilmente vicine, stagliate sull'orizzonte di pianura. Lo sappiamo tutti che è un'illusione concessa dal tempo sereno, ma è bello godersela così.

Mi piace passeggiare e godermi i piccoli riti domenicali. Come l'acquisto del Sole 24 ore.

Non capisco niente di economia, sia chiaro. Lo compro con nonchalance, e qualcuno, vedendomi passeggiare con il quotidiano sottobraccio, potrebbe anche pensare che sia un'agente di borsa, un'esperta di mercati, ma no. Arrivata a casa, butto il quotidiano e mi tengo l'inserto della cultura.

È così da sempre. Sono anni che la domenica compro il Sole e credo di non averlo mai letto nemmeno una volta. Sono certa che un inserto così bello come quello domenicale - che poi era più bello qualche anno fa, secondo me, ma forse è solo un'impressione - in un giornale economico sia la chiara prova che la freddezza dei numeri non basta a se stessa. Ha bisogno di rigenerarsi nei colori dell'arte, nell'immaginario delle pagine di un libro o nelle note di un concerto.

Quando i miei studenti mi chiedono: "Ma a cosa serve la letteratura?", la prima risposta che do è: "A far bella la vita". Non credo che dell'arte ci siano altre spiegazioni. Anche quando ci si addentra in considerazioni più articolate e complesse, la risposta è nella bellezza, creata e goduta al tempo stesso.

D'altra parte, non è forse anche questione teologica quella della bellezza che salverà il mondo?

giovedì 14 gennaio 2016

Alla locanda verde di Rimbaud e una tazza di tè

Fa freddo, oggi. Passati due giorni che sembravano un'illusione della bella stagione, con il cielo terso così raro qui da noi (lo diceva già Manzoni, un cielo così bello quand'è bello), il sole forte e basso di un gennaio che non si crede tale, rieccoci - nuovamente  e giustamente- nell'inverno.  Spiace, però, dover tornare indietro: al tempo di primavera ci si abitua subito. Un tempo che invoglia a camminare nel vento già profumato, per poi trovare ristoro davanti a una tazza calda, a del cibo buono, che sa di buono.


Ieri, è stato tutto questo. Dopo il lavoro, dopo l'asilo, una passeggiata con le guance arrossate, a guardare il cielo attraverso le bifore del duomo, sopra i tetti dei palazzi storici. Quanti passi in più rispetto ai giorni di nebbia.



Pensavo a Rimbaud, Alla locanda verde. Alle cinque di sera e a quel raggio di sole che fa d'oro la spuma nel boccale. L'ho capito ieri - le piccole intuizioni che mi fanno felice - , era il sole di ieri il sole di Rimbaud.

A. Rimbaud

Alla locanda verde. Alle cinque di sera
Erano otto giorni che laceravo le mie scarpe
sui sassi delle strade. Arrivo a Charleroi.
- Alla "Locanda Verde" chiedo delle tartine,
del burro e del prosciutto, che sia quasi freddo.

Allungo, felice, le gambe sotto il tavolo verde
e osservo le scenette ingenue
della tappezzeria. - Che momento divino
quando la ragazza dalle tette enormi e gli occhi vivi,

- quella lì, non è certo un bacio a spaventarla! -
mi porta sorridente le tartine al burro
ed il prosciutto tiepido su un piatto colorato,

prosciutto rosa e bianco profumato da uno spicchio d'aglio -

 e mi riempie l'enorme boccale, la cui spuma
diventa d'oro a una raggio del sole che si indugia. 



Tornati a casa abbiamo trovato il nostro raggio di sole non in un boccale, ma in una tazza di tè. Erano le cinque, comunque. 
Con il tè anche dei buonissimi muffin ai mirtilli, ma non vi lascio ora la ricetta. Mi sono dimenticata la foto... Un paio di giorni di tempo e arriva tutto. Così ho la scusa buona per mangiarli di nuovo :-D

martedì 12 gennaio 2016

Bruno Munari al MUBA di Milano... E ricordi su Rodari

 Si naviga in internet, si leggono notizie, poi all'improvviso si finisce sulla pagina del MUBA (Museo dei Bambini di Milano) e si viene a sapere che il 22 gennaio apre una mostra speciale: Vietato non toccare, "un percorso di gioco impostato sulla scoperta, la meraviglia, l’esperienza tattile e visiva, la sperimentazione e il fare. Poche regole e tanta libertà di muoversi per scoprire il mondo di Bruno Munari. I bambini, insieme alle loro famiglie, possono esplorare le diverse installazioni con tutto il corpo, vivendo un’espe­rienza unica e suggestiva: toccare, manipolare, comporre, scomporre, sperimentare sono parte del processo di apprendimento tipico dell’infanzia".

Ammetto qui tutta la mia ignoranza, ma per me il nome di Bruno Munari è legato a doppio filo a quello di Gianni Rodari. So che Munari è molto di più (e qui potete farvi un'idea di quale grande artista sia stato), ma ripenso ai miei libri di bambina - e dai con l'amarcord, non mi bastava il post precedente -, soprattutto alle Favole al telefono e mi appaiono vivi nel ricordo i disegni di Bruno Munari.



Cosa ricordo in particolare di quei libri? Che erano libri liberi, un volo di fantasia nel mondo bambino.  Dei libri - l'ho capito da grande - che parlavano ai bambini con il loro linguaggio, fornendo al contempo gli strumenti per crescere nella creatività. Allo stesso modo i disegni di Munari, che talvolta mi sembravano tanto semplici al punto da sembrarmi da piccoli quando io stessa ero piccola, erano forse "semplicemente leggeri".
 
  Li guardo oggi e sorrido, in un disegno ci sono dentro così tante cose ; penso a come a volte si voglia rendere adulto il mondo dei bambini, quando invece bisognerebbere rispettare il volo libero delle parole e dei colori.  "Mamma, bisogna avere rispetto delle parole", ha esclamato ieri mio figlio. Voleva forse rimproverarmi  perché avevo urlato qualche improperio contro la lavastoviglie agonizzante, ma di sicuro rifletterò su tanta saggezza .

 Tornando a Munari, scriveva di lui Rodari su Paese Sera: “Chi lo conosce sa che Munari è limpido come un bambino; che se inventa una fontana la cui suggestione è data dalla caduta di cinque gocce d’acqua, non lo fa per prendere in giro nessuno, ma perché è capace di incantarsi a guardare i cerchi concentrici che si formano sulla superficie liscia, giusto come un bambino, o un saggio; […] Munari crede, sinceramente, profondamente, nella possibilità di educare il gusto delle masse: di migliorare il mondo, via.”

"Se educo il gusto, miglioro il mondo". Credo non ci sia motivazione migliore per visitare la mostra.

domenica 10 gennaio 2016

Le Silly Symphonies di Disney e la gioia della lettura condivisa

Credo fermamente che uno dei grandi piaceri della vita sia la lettura e, per essere puro piacere e non studio, deve essere di sera, a letto, sotto le coperte. Mi piace che ci sia silenzio, che la mente sia sgombra dalle cose da fare, per lasciare così che la stanchezza della giornata si sciolga  tra le pagine.
Quante notti passate a leggere, quante volte mi dicevo, a mezzanotte, "basta, l'ultima pagina", poi guardavo l'orologio ed erano già le 2.

Ora, da mamma, spero di riuscire a trasmettere questo mio amore viscerale per i libri anche a mio figlio. Leggo per lui da sempre e ho capito quanto sia importante la lettura ai bambini anche grazie a  Me lo leggi? di Giorgia Cozza, libro che vi consiglio caldamente, per comprendere tutti i benefici della lettura condivisa con i bambini. Anzi, già che ci siete, leggete anche tutti gli altri libri di Giorgia, primo fra tutti Bebé a costo zero. Non ve ne pentirete, sono libri che parlano dritti al cuore e aprono la mente.

Tornando a noi, qualche giorno fa io e mio figlio abbiamo ritrovato un reperto archeologico tesoro della mia infanzia, Silly Symphonies. Le grandi favole di Walt Disney.

 Si tratta di un libro edito per la prima volta in Italia nel 1982, che contiene le storie illustrate delle Silly Symphonies di Walt Disney. Le Silly Symphonies vennero inventate da Disney alla fine degli anni '20, in seguito all'introduzione del sonoro nel cinema. Disney  aveva compreso quale rivoluzione rappresentasse il sonoro e così produsse " i primi disegni animati nei quali le composizioni musicali si animassero, diventando i veri protagonisti" (cit. dall'introduzione).

  La Skeleton Dance fu la prima della Silly Symphonies 

A partire dai primi anni '30, si iniziò a sentire la necessità di una trama ed ecco nascere, tra gli altri, Le storie di mamma oca, il Brutto anatroccolo e I tre porcellini (sfruttando già il Technicolor).


Il mio libro contiene appunto le storie delle Silly Symphonies e le illustrazioni risalgono perciò agli anni '30 (roba da paleolitico, credo, per i bambini). Ma sono disegni così belli che mio figlio di 5 anni li sfiora, li accarezza e ne scruta ogni particolare. Ormai è diventato il libro che leggiamo più volentieri.

Ieri, complice una giornata di pioggia che non invogliava ad uscire, ci siamo accoccolati sul divano e gli ho letto Il brutto anatroccolo.


The Ugly Duckling di W. Disney
Quando leggo a mio figlio, i minuti scorrono veloci, perché leggere a un bambino non è solo leggere una storia. È studiare i disegni, spiegare le parole difficili, fare domande e dare risposte.


Soprattutto, però, è emozionarsi. L'impatto di certe fiabe ascoltate per la prima volta è sorprendente, il bambino si commuove, riflette, coglie particolari e dettagli. Il genitore ha, dal suo canto, il privilegio di assistere a quel meraviglioso lavorio della mente bambina e riscopre gli stessi sentimenti di tanti anni prima, o ne prova di nuovi.

Mi rendo conto di come la lettura condivisa sia anche un importante strumento di dialogo: io mamma - o papà, se legge lui - posso comprendere meglio il suo mondo infantile e lui, bimbo, scopre piano piano il mondo degli adulti, con le sue complesse e talvolta paurose sfaccettature, ma al caldo dell'abbraccio di mamma e papà.

Pensandoci bene, si dice "libro", ma in questa parola c'è molto di più: ci sono coccole, storie e racconti; c'è il momento della pausa dalla frenesia, c'è l'irrinunciabile rito della buonanotte per augurare sogni d'oro.

Leggo a mio figlio perché possa sognare, imparare ogni giorno qualcosa di nuovo e scoprire a sua volta, quando sarà in grado di farlo da solo, quanti mondi ci sono tra le pagine di carta e inchiostro.

venerdì 8 gennaio 2016

Dell'Ikea e di altri demoni

 Foto Ikea

So già che parafrasare un titolo così celebre per adattarlo al locus consumisticus per eccellenza suona come eresia, ma ieri  riflettevo tra me e me sulla potente capacità  di attrazione che l'Ikea esercita nei confronti del genere femminile e, in particolare, sull'attrazione che esercita su di me.

Amo andare all'Ikea. Mi piace gironzolare per l'esposizione dei mobili, comprare quelle meravigliose inutili cianfrusaglie che secondo me abbelliscono tanto la casa e secondo mio marito portano tanta polvere "e poi lo sai che sono allergico". Mi piace anche pranzare all'Ikea, che pure ha un menu sempre uguale a se stesso dalla sua fondazione;  di solito mangio il salmone, o se mi sento eroica, le famose polpette (con la salsina).

C'è una sorta di rituale circolare della visita perfetta all'Ikea, che comincia a casa con lo studio meticoloso del catalogo, del sito o dell'app, prosegue in negozio con una visita che si protrae per ore, perché è vero che a casa hai pure compilato la lista dei desideri, ma in negozio c'è sempre qualcosa di più (vuoi non vederlo?).  Culmina infine con l'opera domestica  di brugole e avvitatori e la lamentela immancabile del marito "tu compri e poi la fatica tocca a me". L'eterno ritorno, dalla casa alla casa.

Quindi: l'Ikea è un luogo in cui la creatività femminile spicca il volo. Si spendono i soldi in modo estremamente creativo (ma comunque sono spesi, il che provoca rimorso postumo).
L'Ikea è il luogo della lamentela maschile, a parte quando bisogna comprare proprio quella cosa che interessa a lui.
L'Ikea è anche il luogo in cui il pargolo inizia a dare segni di nervosismo dopo 5 minuti e poi vorrebbe stare due ore non allo Smaland, ma al reparto tende e tessuti a giocare con i giochini messi lì.

Dunque l'Ikea è il luogo perfetto per un giornata con le amiche, che ti capiscono e ti supportano se quella scatola lì, di quella dimensione lì, a San Giuliano non c'è e promettono solennemente che se andranno a Carugate o a Corsico sicuramente te la compreranno. 

L'Ikea è il luogo in cui mi hanno aperto il reparto cartoleria e io divento matta davanti a quei quadernini, taccuini e tag, mi viene voglia di comprarli tutti pensando che da domani appunterò tutto quello che mi salta in testa e farò come quelle persone che ammiro tanto, che di notte, quando dormono, hanno il cervello creativo e di punto in bianco si svegliano per annotare la genialata appena sognata.
 

 Però a me non è mai capitato di sognare la trama del romanzo che mi farà vincere il Nobel, ma neanche, più banalmente, il testo della verifica su Pascoli che potrebbe rivoluzionare il mondo della didattica. Niente di niente. Solo che non so resistere al fascino delle pagine bianche e, benché il Moleskine rosa sia sempre il Molsekine rosa, questi quadernini con l'elastico e le eleganti righe grigie hanno quel vezzo da intellettuale assolutamente irrinunciabile.

Perché diciamolo, estrarre dalla borsetta il taccuino e la penna, mettersi a scrivere sull'autobus, o sul treno mentre tutti ciondolano sullo smartphone può anche essere un'autentica rivoluzione culturale e di costume. Ci si riappropria della dimensione materica di carta e inchiostro, ma soprattutto della parola scritta a mano, cosa assai rara di questi tempi, in cui le lettere sono un messaggio di whatsapp o un emoticon. Mi fa troppa tristezza pensare che in Finlandia non insegneranno più il corsivo perché tanto non serve. E perché? Non è forse la grafia uno dei tratti più personali? Perché eliminarla per standardizzarci ancora di più?

(Visto che le mie sono motivazioni assolutamente nobili e compiute in prospettiva del bene dell'umanità, posso dire che sono legittimata all'acquisto del bloc notes verde).

Le foto sono tutte di Ikea

mercoledì 6 gennaio 2016

L'Epifania tutte le feste porta via


 Ecco, a me questo proverbio "L'Epifania tutte le feste porta via" ha sempre fatto venire una malinconia tremenda. Ricordo che, da bambina, l'Epifania mi metteva solo tristezza... Forse perché qui dalle mie parti la Befana non si festeggia (i doni li porta Santa Lucia il 13 dicembre), e quindi la simpatica vecchina mi è sempre stata estranea. I Magi arrivavano nel presepio, e io mi chiedevo sempre perché dovessero arrivare proprio all'ultimo giorno, quando poi - di lì a poco - il presepe sarebbe stato riposto in una scatola, in attesa del prossimo Natale. Cosa poi fosse la mirra, per me bambina era un autentico mistero.


Ora che so cos'è la mirra, che ho fatto pace con la scarsa tempestività dei tre Magi nel presepe, che  la Befana è tuttora un'estranea al mio lessico famigliare, il 6 gennaio sento sempre un piccolo pianto dentro, una lacrima di malinconia che non ho il coraggio di esternare, ma che è lì, pronta a bussare ai miei pensieri nel corso della giornata.

Così, oggi, per sconfiggere il mal di Epifania siamo scappati nel pomeriggio - di nuovo - a Iseo. Lo so che sono ripetitiva, ma è così vicino e così diverso da qui che non possiamo non approfittarne (A proposito, sto aspettando ancora dalla biblioteca il mio Lucrezia Floriani).
Il sole era alto e a tratti scaldava timidamente. Il cielo azzurro, i colori finalmente vividi e netti. Faceva  certamente freddo, ma sembrava un freddo presago già della bella stagione.



"Diamo il pane al signor cigno?". "Certo, ne ho un sacchetto pieno". Il signor cigno, ecco come i bambini sanno riconoscere la maestosità della natura. Hanno meno parole - talvolta - di un adulto, ma spesso le usano meglio.

Parliamo con le anatre e i cigni, scaldo manine e poi una bella camminata verso una cioccolata bollente, accompagnata da friabili gavottes. La bevo direttamente dalla tazza, non col cucchiaino se non alla fine, mi piace sorbirne lunghe sorsate e sentire bene il sapore. Il calore scioglie  la tristezza, l'aroma dolce dissipa certi pensieri cupi, quei pensieri che ti fanno chiedere il perché di tante cose... Ma, come diceva Alda Merini in un suo aforisma "Uno dei miei più grandi amici è stato il mistero". Inutile, a volte, domandarsi cose.

È ora di tornare. Guardo il lago, saluto le montagne e quelle acque oggi così incredibilmente cristalline.



Il cielo intanto si è tinto di arancione, erano settimane che non lo vedevo così. 
Presto scenderà la notte e sarà di stelle. 

lunedì 4 gennaio 2016

Pupazzi di neve, torta di mele con crema confortevole e Pablo Neruda

Stamattina i tetti erano imbiancati, ma la neve era già scomparsa dalle strade e dai cortili.
Mio figlio si è svegliato, "ohh, la neve", e non voleva credere che di neve ne fosse rimasta ormai solo una traccia. Se cade la neve, bisogna per forza fare un pupazzo.

Così siamo usciti, la giacca pesante, i guanti felpati e il cappello calato sulle orecchie. Faceva freddo, ma la gioia bambina, si sa, riscalda ogni cosa. Ci siamo trovati con gli amichetti, e i bimbi hanno corso per due ore, finendo esausti con le guance arrossate e gli occhi luccicanti di gioia.

E il pupazzo? Io mi ostinavo a ripetere "non c'è neve, come si fa", ma loro hanno trasformato quei pochi mucchietti rimasti sulle aiuole in una pallina ghiacciata. "Ecco il pupazzo", dicevano orgogliosi e io ho invidiato, ho invidiato davvero  la fantasia unica dell'infanzia, quella che ha il potere di trasformare tutte le cose.

A casa il tepore ci ha riscaldati. "Mamma, cosa facciamo?" "Cuciniamo una torta di mele".
Prendo una ricetta mai provata, quella scritta da una mia alunna meravigliosa, e mi dico che sì, dopo il freddo questa delizia è un auntentico conforto.
All'apparenza, una torta di mele come le altre: mescolate due uova intere, 100 ml. di latte, 150 gr. di farina, una bustina di lievito vanigliato, 60 gr. di olio di semi, 100 gr. di zucchero (la ricetta dice 130, ma io non amo le cose troppo dolci) e un pizzico di sale. Se usate la planetaria, mettete tutto nella ciotola, azionate e verrà benissimo.


Mentre l'impasto viene mescolato, tagliate a dadini due mele e irroratele di succo di limone; mettete l'impasto nella tortiera foderata e aggiungete i dadini di mela come vi piace (io, a caso).


Infornate a forno già caldo a 180 gradi per circa 30 minuti.



E fin qui, sembra tutto come sempre. E no.
Mentre la torta cuoce, preparate l'ingrediente segreto, quello che nobilita il più semplice dei dolci casalinghi, e lo eleva al rango di coccola per palato e pensieri, che, all'assaggio, subito si rasserenano, se non si concentrano, ovviamente, su quel milione  - più o  meno - di calorie in più.

In un pentolino, fate fondere 80 gr. di burro; aggiungete poi un uovo intero, 50 gr. di zucchero (la ricetta dice 100) e un bel po' di succo di limone (questa la mia variante, la ricetta dice cannella).


(questa foto è davvero orrenda, lo so, ma per rigore scientifico ho voluto pubblicarla... E pensare che le food blogger creano, con un guscio d'uovo e un po' di farina versata ad arte, capolavori fotografici che neanche Fabrizio Ferri)

Quando la torta ha un bel colore dorato, cospargetela di questa cremina e infornate di nuovo per 10 minuti.
Si dovrebbe mangiare fredda... Notate l'uso del condizionale.



Ricapitolando, ecco gli ingredienti:
Torta:
150 gr. di farina
100 di zucchero semolato
2 uova
una bustina di lievito vanigliato
60 gr. di olio di semi
2 o 3 mele (io renette)
un pizzico di sale
buccia grattugiata di limone (io l'ho dimenticata...)

Per la crema
1 uovo
80 gr. di burro fuso
50 gr di zucchero semolato
cannella o succo di limone


La mela. In genere amo solo una varietà, la renetta. Mi piace accarezzare la sua buccia ruvida dalle sfumature ruggine, mi piace il fatto che sia aspra, ma fondamentalmente dolce. È la mela più brutta, ma è quella di maggior carattere. 
 E mentre sentivo la morbidezza della crema a contrasto con la presenza vigile della mela, ho iniziato a pensare a Pablo Neruda.

Ode alla mela 

Te, mela,                                                        
voglio
celebrare
riempiendomi
la bocca
col tuo nome,
mangiandoti.
Sei sempre
nuova come niente altro,
sempre
appena caduta
dal Paradiso:
piena
e pura
guancia arrossata
dell’aurora!
Quanto difficili
sono
paragonati
a te
i frutti della terra,
le uve cellulari,
i manghi
tenebrosi,
le prugne
ossute, i fichi
sottomarini:
tu sei pura manteca,
pane fragrante,
cacio vegetale.
Quando addentiamo
la tua rotonda innocenza
torniamo per un istante
ad essere
creature appena create…
Io voglio
un’abbondanza totale,
la moltiplicazione
della tua famiglia,
voglio una città,
una repubblica,
un fiume Mississippi
di mele,
e alle sue rive
voglio vedere
tutta
la popolazione
del mondo
unita, riunita,
nell’atto più semplice che ci sia:
mordere una mela.    (1957)

sabato 2 gennaio 2016

I poeti lavorano di notte (al ritmo della neve)

trees in snow

È arrivata la neve e con lei l'inverno. Nei giorni scorsi qui tutto ero grigio di nebbia e i contorni si perdevano in quella coltre lattiginosa.
Questa sera la neve è arrivata copiosa. Mi ha colto alla sprovvista - non credo mai al meteo  e sbaglio, lo so -, ma l'ho salutata da dietro le finestre, stringendo tra le mani una tazza fumante. La verità è che amo la neve solo se posso stare a casa, perché la neve mi induce a cercare un rifugio.


È buio, fuori dalla finestra. C'è la tenue illuminazione dei lampioni e già alcune luci di festa hanno abbandonato i balconi sulla via. Eppure, è ora che è diventato inverno per davvero, anche se il tempo della festa sta ormai volgendo al termine.

Guardo i fiocchi che cadono, accarezzo la testolina bionda di mio figlio e metto sulle spalle un morbido plaid. Apro il computer. Mi piace scrivere nel silenzio della sera e mi piace immaginare che i fiocchi di neve, le ore notturne, i silenzi  siano la cornice per un ticchettio operoso di chissà quanti altri. D'altra parte, anche la mia amata Alda Merini lo diceva, in quel suo modo che sa di eternità...

I poeti lavorano di notte

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quand tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio. 

Ma i poeti, nel loro silenzio,
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Alda Merini (da Destinati a morire).

venerdì 1 gennaio 2016

Di nuovi inizi... Buon 2016




Primo dell'anno. Tutti, oggi, hanno postato i loro auguri su facebook, su instagram, sui blog, di primo mattino. Ma io ormai mi sono settata sul fuso orario della sera, e non programmo i post a un orario più consono. Pubblico quando finisco di scrivere, mi sembra così tutto più vero, in barba alle regole del blogging professionale.

Primo dell'anno. Di solito i buoni propositi li riservo a settembre, quando, al ritorno dalle vacanze, in una sorta di ritualità di fine agosto, mi riprometto che "farò".

Invece,  in questo inizio di 2016 ho espresso molti desideri...

Desidero parole, scritte, lette e ascoltate.

Desidero silenzi lievi.

Desidero che ogni giornata si concluda sempre con un vero sorriso.

Desidero che la mia casa sia sempre così.
 
Desidero progetti, perché senza sogni si vive a metà.

Desidero mantenere la mia direzione, ma al contempo scoprire nuovi orizzonti.

Desidero la leggerezza che incanta.


E poi...
Desidero imparare a fare le  foto .

Desidero andare almeno una volta a un concerto sinfonico alla Scala.

Desidero incontrare più spesso le amiche e gli amici lontani.

Desidero più vestiti colorati (anche se poi mi vesto quasi sempre di nero)

In questo primo gennaio che sta volgendo al termine,  auguro a tutti un cuore leggero, pensieri colorati, occhi curiosi. Ma, soprattutto, vi auguro - mi auguro - il coraggio di avere fiducia. Come un albero maestoso, ben piantato a terra, che si rivolge sempre all'infinito. Nonostante tutto.

BUON 2016!


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