sabato 18 aprile 2015

Narratè: la lettura ha scoperto l'acqua calda



Ok, non sarà cioccolata, ma come si può negare il fascino di una tazza di tè? Gustato con calma, accompagnato da un biscottino, o meglio ancora da scones con burro e marmellata di fragole che fa tanto cream tea. E se poi alla tazza di tè ci aggiungiamo un libro, be', che altro desiderare per risollevare corpo e spirito durante un pomeriggio come quello di oggi, grigio e ventoso?

Tutto ciò per dirvi che... Ho appena scoperto che qualcuno ci ha pensato e ha dato vita a un progetto di EnterTEAnment, di editoria creativa, di intrattenimento a base di tè!
Di cosa si tratta?

Di un progetto che si chiama Narratè (la lettura ha scoperto l'acqua calda). Cioè di un libretto. Con attaccata una bustina di tè. Sul retro si stacca la bustina di tè e la si mette in infusione nell'acqua calda. Durante il tempo di infusione, si legge il libretto, che racconta le peculiarità di una città del mondo. Finito il libretto? Il tè è pronto. Si mette in borsa il libretto e si sorseggia una tazza di tè caldo e profumato. 

Mi ha colpito molto la descrizione: "... una sorta di Lonley Planet, ma più sintetica, che racconterà le più improtanti città del mondo attraverso un inedito approccio sinestetico. Il libretto conterrà infatti una descrizione dell’anima della città, la sua personalità, raccontata in 5 minuti. La miscela proporrà ingredienti ad hoc per ogni città, se possibile territoriali, che ne facciano anche gustare il sapore". 

Che poi io, di fronte all'aggettivo sinestetico, mi sciolgo. Tutto ciò che mi riporta al simbolismo mi conquista. 

E' bella questa idea, perché mescolare cibo e cultura aiuta entrambi i settori: toglie quella patina di "noia" alla cultura e nobilita al contempo il cibo.

Il risultato è un lettore felice e appagato.

mercoledì 15 aprile 2015

Il Moleskine rosa



C'è un oggetto che fa subito intellettuale, vintage e chic(almeno per me): il Moleskine. O la Moleskine - come spesso sento dire - al punto che non ho mai capito veramente se sia femminile o maschile.
Di solito chiamo questo taccuino  "il" Moleskine, essendo appunto taccuino. Ma poiché è chic fino all'ultima pagina, non escludo sia femmina, anzi, direi che è inevitabilmente femmina.


Diciamo che il Moleskine per eccellenza è quello nero. Usato da Hemingway, immortalato da Chatwin nelle Vie dei canti (che se mi immortali un taccuino a Parigi stai pur certo che poi gli giuro amore eterno) è diventato oggetto di culto da quando l'azienda milanese Moleskine, nel 1997, ha deciso di far ripartire la produzione.

Copertina rigida o morbida, carta acid free, cuciture in vista. A me fa subito ispirazione.
Nero, però, mi intristisce, troppo serio per i miei voli pindarici.
Ma qualche settimana fa, complice anche un'amica superfashion che l'ha esibito con disinvoltura coordinato alla sua sciarpa, ho deciso che dovevo avere un Moleskine.  Formato large, copertina morbida. E con le pagine bianche, perché le righe mi sembrano una costrizione. Ma soprattutto, rosa. Femminile e bellissimo. Ho girato varie librerie della mia città (cronometrando tutta l'operazione, dovevo andare a prendere mio figlio all'asilo)  e finalmente l'ho trovato. Preso dallo scaffale, pagato, e subito scartato e accarezzato.  E' diventato così un compagno fedele delle mie giornate, un oggetto culto da tenere in borsa, sul comodino e su cui annotare tutte le idee strambe che non troverebbero posto nella seriosa agenda scolastica e che si perderebbero se le annotassi su un file. Non avrebbero modo di sedimentarsi sulla carta e di assumere la consistenza dell'inchiostro.


Per me è un quaderno che stimola la creatività, non so se per la leggenda che lo accompagna, o per il colore giallino della carta o piuttosto per l'elastico che lo tiene chiuso, rendendolo vagamente misterioso. Basta vederlo, per desiderarlo.

domenica 12 aprile 2015

I caffè storici di Torino: il tour organizzato / parte seconda

Rieccomi con il seguito del goduriosissimo tour della Torino del cioccolato.


Piazza San Carlo

Dopo aver lasciato Palazzo Madama, siamo poi arrivati in Piazza San Carlo, un autentico gioiello, sia per l'architettura, sia per i suoi locali. Piazza San Carlo è considerata il salotto di Torino e la sua fama è pienamente meritata: elegante, accogliente e, a mio avviso, rétro quel tanto che basta.
Pensate che in questa piazza ci sono ben quattro locali degni di nota: la confetteria Stratta, il Caffè Torino, il Caffè San Carlo e il ristorante Caval 'd Brôns (questi ultimi non hanno un sito internet).


Cominciamo da Stratta: nel post precedente vi ho fotografato i suoi gianduiotti. Stratta è una confetteria nata nel 1836, così celebre per i suoi cioccolatini e le sue prelibatezze da diventare la confetteria della famiglia reale, nonché il luogo quotidianamente frequentato da Cavour, che amava lì sorseggiare una cioccolata a cui mescolava delle nocciole, appositamente lasciate per lui su un piattino dai camerieri.  Già ai tempi del conte di Cavour, Stratta offriva quello che oggi definiamo servizio di catering. Celebre un ordine che il conte commissionò per un ricevimento di ambasciatori europei: 29 kg di marrons glacés (inventati proprio a Torino), 18 kg di sorbetto, 37 di frutta caramellata, in più paste, confetture, meringhette, liquori per un totale di 2547 lire e 60 cent.
La vetrina di Stratta

Vicino a Stratta si trova il ristorante Caval 'd Brôns, cui onestamente non ho dedicato molta attenzione. Due miei studenti dal palato raffinato hanno pranzato lì e hanno trovato la cucina veramente ottima.


Sempre in Piazza San Carlo, ma dal lato opposto a Stratta, ecco i due caffè: il Torino, tradizionalmente monarchico, e il San Carlo, un tempo luogo di ritrovo dei repubblicani. Il Caffè San Carlo è stato uno dei primi locali ad aver usato l'illuminazione a gas ed è particolarmente rinomato per i suoi caffè; celebre invece per la cioccolata, le torte e il bicerin (una goduria da bere a base di caffè, cioccolata e crema di latte, da sorseggiare senza mescolare) è il Torino. Entrambi i locali sono belli, ma con una sorta di patina sull'antico splendore. Nel senso che mi sarei aspettata uno scintillio di cristalli, ori e decori. C'erano, sì, ma sembravano aver perso il loro nitore con il passare degli anni. Credo proprio che dovrò fare un secondo giro a Torino per capire se confermare o meno questa impressione :-)

 
                           Esterno e interno del caffè Torino

Che dire... In un momento di pausa mi sono seduta al Torino e ho sorseggiato il bicerin e...buono, davvero buonissimo (ma mooolto, caro, 7,20 € al tavolo. Però, dai, per una volta si può fare).


Il bicerin

Purtroppo le poche foto del Caffè San Carlo sono venute malissimo, per cui non ho nulla da mostravi :-(

Ci siamo poi spostati da Piazza San Carlo alla scoperta di altri luoghi degni di nota. Il primo è Gobino, celebre per i suoi Tourinot, ovvero cioccolatini di pasta gianduia, dalla stessa forma di un gianduiotto ma più piccolo, arricchiti di burro e panna. Che bontà... Io ero in estasi a sentire i racconti della guida riguardo a queste piccole meraviglie caloriche e non ho potuto fare a meno di comprarne un pacchettino. Certo, in questi caffè i cioccolatini costano quasi come un bracciale di Tiffany, ma la differenza con un prodotto industriale è abissale. Davvero in questo caso vale la regola del poco ma buono.Una particolarità di questo negozio è l'insegna: vi si legge ancora il nome Villarboito, precedente negozio di timbri.

Dopo Gobino, ecco arrivati negli ultimi tre locali del tour.  Pepino, istituzione napoletano-piemontese dal 1884, ovvero la prima gelateria di Torino e creatrice del pinguino, gelato sullo stecco ricoperto di cioccolata. Il primo gelato da passeggio, insomma.

Siamo poi arrivati al caffè Baratti e Milano, locale chicchissimo e che poteva annoverare tra i clienti abituali Guido Gozzano, che alle donne che qui mangiavano paste e pasticcini dedicò la poesia Le Golose. Anche se non l'ho bevuto in questa occasione, vi consiglio, se capitate, di bere qui un caffè: in una visita a Torino di tanto tempo fa,  ne ho assaggiato uno straordinario con panna montata. Sono passati anni da allora, ma il gusto lo ricordo ancora. Ne vale la pena :-)
La Galleria da cui si accede al Caffè Baratti (...Sorry per la foto storta)


Ultimo, Mulassano, celebre per  il vermut e per il tramezzino. Si dice che qui sia nato il rito dell'aperitivo (che io ho sempre creduto milanese...). Particolare la fontanella in mezzo al bancone, da cui è possibile prendere un bicchiere d'acqua quando si vuole. Si paga il cibo, ma se si desidera l'acqua, questa è gratis.

 
                          Gobino, Pepino e Mulassano.

Non siamo arrivati al famoso caffè Bicerin e, per ragioni di tempo, non sono riuscita a visitarlo neppure al termine del tour guidato.
E' stata un'esperienza particolare, quasi fuori dal tempo... L'unica pecca che mi sento di segnalare nell'organizzazione è che le scolaresche non possono entrare in gruppo nei caffè, ma solo vederli dall'esterno. La ragione è comprensibile:  molti locali sono piccoli e 30/35 persone tutte insieme rischierebbero di provocare danni. Credo invece che riprecorrere lo stesso itinerario da soli o in piccoli gruppi sia un'esperienza indimenticabile per gli occhi e per il palato. Perché qui il cioccolato è veramente cultura.

venerdì 10 aprile 2015

I caffè storici di Torino: il tour organizzato / Parte prima

 L'interno del Caffè Torino

Grazie al mio lavoro, ho sempre l'opportunità di conoscere cose nuove. Non solo perché si studia ogni giorno, ma perché, con un po' di spirito di iniziativa e tanta curiosità, si possono organizzare uscite didattiche straordinarie.

Un esempio? Il tour di pochi giorni fa. A Torino. Alla scoperta dei caffè storici.
Per me, che spesso viaggio con la fantasia in epoche passate e mi sento sempre un po' vintage dentro, un'autentica manna.

Si tratta di un tour guidato organizzato dal Portale dei parchi di un paio d'ore, con partenza da Piazza Castello, di fronte al  Teatro regio. La nostra guida, un personaggio simpaticissimo e coloratissimo, ci ha condotti alla scoperta di Torino non solo come prima capitale del regno d'Italia, ma soprattutto come capitale del cioccolato. La tradizione del cioccolato, a Torino, è infatti molto antica.  Il duca Emanuele Filiberto, chiamato a comandare l'esercito spagnolo contro i Francesi, sconfisse questi ultimi nella battaglia di San Quintino (1557). Questa impresa militare non solo gli portò gloria, ma gli permise di conoscere anche il cioccolato (o meglio, la cioccolata, perché all'epoca il cacao si gustava solo sotto forma di bevenda calda) e di diffonderlo nella sua Torino. Prima di allora, infatti, in Europa la cioccolata era consumata principalmente solo in Spagna e in Francia.


Nel '700 fu un inventore, Doret (sempre sia lodato), a costruire la prima macchina idraulica per solidificare la ciccolata. Nasceva così una nuova delizia per gli occhi e per il palato: il cioccolatino. E anche una nuova figura di artigiano: il cioccolatiere, una professione talmente redditizia - ah, la gola!- che questi maestri del gusto arrivavano talvolta ad essere più ricchi degli aristocratici.

I primi cioccolatini, detti givu (mozzicone), erano a forma di sigaretta e non erano incartati; poiché, però, il cacao era costosissimo e non tutti potevano permetterselo, si pensò di abbattere i costi mescolando farina di nocciole alla pasta di cacao. Questo nuovo cioccolatino, dalla tipica forma a barca rovesciata e già incartato, venne distribuito gratuitamente alla folla per la prima volta da Gianduia - tipica maschera della commedia dell'arte -  nel corso del Carnevale del 1865. Ecco il celeberrimo - e buonissimo - gianduiotto.
I celebri gianduiotti di Stratta (che mi sono sacrificata a mangiare. E di cui vi parlerò)

Tornando al nostro tour: dal Teatro ci siamo spostati fino a Palazzo Reale, purtroppo non visitabile perché in corso "un'importante riunione": ecco l'unica informazione che siamo riusciti a strappare ai carabinieri di guardia. Avremmo voluto visitare il Caffè reale per ammirare anche le collezioni di servizi da tè e cioccolata della famiglia reale... Sarà per la prossima volta.

 Palazzo Reale

Abbiamo quindi ammirato la  facciata di Palazzo Madama e dato un'occhiata a via Garibaldi. Là dove ora c'è una farmacia, un tempo, quando ancora la via si chiamava Dora Grossa, c'era il caffè Calosso, il primo caffè a usare la tazza con il manico. Sembra scontato oggi che una tazza abbia il manico e onestamente non avevo mai pensato a chi attribuire questa invenzione. Ora lo so :-)


 Palazzo Madama - Facciata del Juvarra

E dopo Palazzo Madama, ci siamo avviati verso piazza san Carlo. Continuerò il mio racconto nel post successivo. A presto!

Perché Livre au Chocolat

Un nuovo blog per ritornare nella blogosfera. Chi mi conosce sa che non è la mia prima esperienza come blogger. Sono stata per un po' lontana da questo mondo, ma il richiamo era troppo forte per ignorarlo ancora.

Un nuovo blog sulle mie passioni: i libri, le librerie e tutto ciò che sta nel mezzo, dai taccuini agli oggetti di cartoleria, dai caffè letterari alle aule di scuola (eh, sono una prof. di lettere). Ma anche sul cioccolato, quello buono, che ha il sapore di viaggi e carezze, che ti sorprende sempre per  la consistenza vellutata, e che, se accompagna un romanzo o una poesia, diventa sublime esperienza di cultura.

Un blog dal titolo francese, una lingua che amo tanto e che mi rimanda a Parigi, la mia città del cuore.


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