lunedì 20 marzo 2017

Primavera, come fosse un viaggio


 Domani sarà primavera... Ogni anno mi stupisce sempre.
Mi capita spesso di guidare e di ritrovarmi stupita, nel percorrere gli stessi viali casa-scuola, perché gli alberi improvvisamente sono di una bellezza lussureggiante, impreziositi di fiori bianchi e rosa. E fino al giorno prima non c'erano. Ma forse ero io che non ci avevo fatto caso.
La primavera è la stagione in cui imparare a viaggiare. Veramente, metaforicamente. Percorrere una strada è anche godere delle bellezze di quella strada, ricordandosi che è necessario lo sguardo alto, curioso e non sempre concentrato verso i nostri piedi.

Così vi lascio Itaca di Costantino Kavafis. Per augurarvi che domani la primavera inizi come un viaggio, che fa nuove le cose.

ITACA
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

venerdì 17 marzo 2017

L'angolo di Don Camillo: La sottile tentazione della sfiducia


Uno degli ultimi libri che ho terminato e che sta ancora lì sul comodino, casomai avessi bisogno di rileggere qualche frase, è un breve ma intenso volumetto di catechismo scritto da padre Maurizio Botta: "Sceglierà lui da grande. La fede nuoce gravemente alla salute?". L'ho comprato sia perché ammiro molto l'autore per la sua  granitica coerenza  (avete visto la sua intervista alle Iene?), sia perché avevo bisogno di un libro come quello per una  faccenda mia personale con Dio, sia perché trovare parole semplici per concetti così grandi mi è sempre molto utile anche per spiegare autori particolarmente complessi, come Dante, per esempio.

Così, tra una pagina e l'altra, mi sono imbattuta nel concetto della tentazione insito nella sfiducia. Cioè: lamentarsi, temere per il futuro (sport nazionale, ormai), avere sempre paura, in realtà sono sottili tentazioni. La fede è affidarsi, è avere fiducia, appunto, in Colui che ci ama. Continuare a temere, vivere i giorni con angoscia, in realtà è proprio il contrario della fede autentica.

 Affidarsi, già... Che fatica, però.

E' così facile cedere al lamento quotidiano, alla litania del cosa c'è che non va, al fa tutto schifo, che mondo che fa schifo, che vita di schifo, che schifo.
Oh, non è che io sia nella modalità schifo perenne, eh, però ci sono giorni in cui mi sto antipatica da sola, mi tedio di me stessa e non è che sia una gran bella cosa. E affidarsi, per quanto difficile, in realtà è un cambio di prospettiva radicale sulla vita.

Ora, cosa c'entra questo con l'angolo di Don Camillo? Ebbene, c'entra. C'entra perché in apertura a Don Camillo e il suo gegge (BUR, 2015 (11), p.11 e 13, troviamo l'episodio Le lampade e la luce. Un episodio interamente costituito dal dialogo tra don Camillo e il Cristo che inizia così:

Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell'altar maggiore e disse: 
"Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano"
"Non mi pare", rispose il Cristo. "Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano. Per il resto ogni cosa funziona perfettamente" 

Prosegue poi, verso la fine dell'episodio:
(E' Gesù che parla): "(...) Gli uomini di oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della propria lampada, e tutto sembra loro buio intorno e triste e malinconico e, non potendo illuminare l'insieme, si aggrappano al minuto particolare cavato fuori dall'ombra del loro pallido lume. Non esistono le idee: esiste una sola idea, una sola Verità che è l'insieme di mille e mille parti. Ma essi non la possono vedere più. Le idee non sono finite perché una sola idea esiste ed eterna: ma bisogna che ognuno torni indietro e si ritrovi con gli altri al centro della immensa sala".

Sapete cosa mi colpisce di più, in quanto vero, tremendamente vero? "Gli uomini di oggi vagano sfiduciati, ognuno al fioco lume della loro lampada". Siamo effettivamente così ripiegati su noi stessi da aver scambiato la parte per il tutto, il particolare per il generale e ce ne stiamo lì, ad affannarci in un quotidiano che spesso non si merita tutto questo affanno, ma che ha bisogno di un atteggiamento di gran lunga più positivo e soprattutto costruttivo.
Che fatica, però.
Però è anche il caso di provarci. 


lunedì 13 marzo 2017

Perché vivere di letteratura



 L'idea dell'intervista a Mirko Volpi, mio compagno di classe di liceo, oggi ricercatore universitario e scrittore, mi è venuta dopo che un mio studente, con  fare sorpreso, mi ha domandato: "Ma veramente c'è qualcuno pagato per studiare Dante?".

Bam, eccola la domanda. Perché non è affatto una domanda scema, o maleducata. Lo studente non voleva essere maleducato, anzi. Era sorpreso. E anche un po' schifato, diciamola tutta, all'idea che qualcuno venisse pagato per svolgere un lavoro sostanzialmente inutile.

Il ragionamento più o meno è il seguente: "Studi, e ti fai il mazzo perché Dante chi lo capisce, quello scriveva milioni di anni fa in un italiano incomprensibile. Poi:  che ti frega delle tre fiere, o dell'amor che move il sole e l'altre balle varie, ti spacchi la testa, e non FAI niente. Mica cucini, aggiusti una macchina, pialli il legno o dai un calcio al pallone per il divertimento di milioni di spettatori che poi ti ricoprono di soldi.".

E' vero. Se di lavoro studi, non FAI niente, non produci niente di pratico, di materiale.
Allora, perché studiare lettere all'università, e vivere di letteratura (io insegno alle superiori), come ho fatto io, come hanno fatto tanti miei amici?

Eccola la risposta, almeno la mia. Si studia lettere perché è, prima di tutto, meraviglioso. La letteratura è un'immersione costante nella bellezza e, da sempre, l'uomo cerca il bello dentro e fuori di sé. "Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza", diceva sempre il caro Dante, sempre lui. Ed è vero: se fossimo solo istinto, regolamentati solo ed esclusivamente dalle leggi di natura, non avremmo neppure sogni, non avremmo aspirazioni (qui cito d'Avenia).

 

 La letteratura è una costante tensione verso l'alto. Sia quando ne godi (leggi un libro), sia quando decidi che quello deve diventare il tuo lavoro, come nel mio caso. Quello che sai devi trasmetterlo agli altri, ma più delle anafore e delle paronomasie, devi trasmettere la pelle d'oca che ti procura ogni volta quel verso o quella frase. Devi conservare la risata nel leggere che "avea del cul fatto trombetta", devi lasciare trasparire la commozione di fronte a "Vergine madre, figlia del tuo figlio".

 Perché quando ami la letteratura, la ami davvero, intendo, non ti stancherai mai di fronte a quei capolavori eterni, a quelle parole sentite e lette migliaia di volte eppure sempre nuove.
Si studia lettere perché è un privilegio, pur sapendo - e qui si fa una scelta anche di vita, nel senso pratico, intendo - che sarà sempre un privilegio spirituale e intellettuale e che, se vivrai solo del tuo lavoro, andrai in giro con una utilitaria a vita e ti limiterai a guardare la Maserati su instagram. Che i tuoi vestiti non saranno quelli di via Montenapoleone, la tua casa sarà un appartamento di piccole dimensioni (rigorosamente pieno di libri), e le tue vacanze saranno all'insegna del risparmio e non del Resort a 5 stelle. Che poi, alla fine, che ti frega della macchina, della reggia o della località vip?  Tanto saprai di essere comunque un privilegiato perché, quando hai scelto l'università, hai avuto l'intuizione di puntare alla bellezza, una bellezza che conoscevi solo in minima parte.

Io, quella strada di bellezza, ho scelto di percorrerla ogni giorno e, dopo  20 , 21 anni (!!!) dalla scelta della facoltà universitaria, non mi sono pentita un solo giorno. Nonostante il precariato durato anni, la fatica, i pochi soldi, e lo rifarei sempre e comunque. Perché? Perché non potrei farne a meno, semplice, fa parte di me probabilmente da sempre. E perché trasmettere questo amore agli altri, anche a chi ti chiede "Oh, ma c'è qualcuno pagato per studiare Dante?", o almeno provarci, è una sfida stimolante anche se faticosa. Sono tremendamente idealista, lo so.

Forse è anche per questo che non sono ancora stata ricoverata al neurodeliri.

Vi pare poco?

sabato 11 marzo 2017

Vivere di letteratura: intervista a Mirko Volpi (con un tuffo nel passato)

  Compagni di classe celebri: Mirko Volpi

Ho frequentanto le scuole superiori durante il secolo scorso. Ebbene sì. Gli anni passano, ma quelli del liceo classico Verri di Lodi sono indelebili, tra le lezioni di greco del fantastico prof. Dossena (l'unico di cui dirò il nome: ci ha lasciato tanti anni fa, ma non lo dimenticherò mai) o le notti folli a studiare latino  e a pregare che la professoressa (guai a chiamare chiunque "prof.") famosa per l'urlo facile non indossasse, l'indomani, il famoso completino bianco a greche nere e occhiali a specchio dalla montatura rossa: quella era la divisa del terrore. Un'interrogazione con lei vestita così (che significava umore nero dei più neri) ed era la fine. Oppure le gite con il prof. di filosofia, l'uomo che ha fatto ridere generazioni di studenti. Erano gli anni in cui gli smartphone non c'erano, e non c'era neanche internet. Gli anni in cui era impensabile che un genitore andasse a lamentarsi a scuola perché il professore era troppo esigente. I genitori si lamentavano se invece il professore era troppo "di manica larga". E se il professore ce l'aveva con te, i genitori davano ragione a lui.

In tempi di amarcord, quindi, perché non intervistare un compagno di classe celebre, dantista, docente universitario e scrittore, nonché marito di Barbara e papà di Ludovico, ovvero Mirko Volpi?


Grazie, Mirko, per aver accettato questa intervista! Ti presenti in poche righe?
Sono nato nel 1977 a Nosadello (CR), ho studiato al Liceo Verri di Lodi, poi ho frequentato Lettere a Pavia, dove oggi vivo e lavoro come ricercatore in Linguistica Italiana, occupandomi prevalentemente di Dante, di commentatori di Dante, di antichi volgari italiani, di lingua della politica nel Novecento, e altro ancora.

Il liceo classico P. Verri di Lodi

Ecco svelata la mia età (e pensare che alcuni studenti pensano io abbia tra i 27 e i 30 anni... Mi guarderanno come una nonna, da domani). Siamo stati compagni di liceo. Qual è il ricordo più divertente o emozionante di quei gloriosi anni al liceo Verri di Lodi?
Più che un singolo episodio, ricordo sempre con grande piacere il clima di quegli anni nel nostro piccolo liceo, la sensazione di far parte di una comunità coesa e in qualche modo differente rispetto alle altre scuole cittadine. Forse non varrà per tutti, ma io ero felice di entrare tutte le mattine da quel cancello!

Quando è nata la tua passione per la letteratura e in particolar modo per Dante?
Non riuscirei a indicare un momento esatto. Direi che è stato un percorso naturale, vorrei dire quasi obbligato, che mi ha portato ad amare sempre più la letteratura, la lingua italiana e soprattutto Dante. Forse la svolta è stata proprio alla maturità, quando scelsi la traccia che proponeva un confronto tra l’Ulisse omerico e quello dantesco: mi piace credere che quello fu un segno del destino.

Quando ho detto ai miei studenti che esistono i dantisti, cioè studiosi di Dante, mi hanno guardata stralunati e hanno esclamato: “Oh, ma c’è qualcuno che studia Dante per tutta la vita? E lo pagano pure?”. Cosa risponderesti loro?
Anzitutto, che tutti, tutti gli Italiani, di qualsiasi età o professione, dovrebbero leggere e amare Dante per tutta la vita. Poi, sì, qualche decina di fortunati che vengono persino pagati per farlo ci sono: basta (si fa per dire) diventare docenti universitari. Il che spesso te le fa passare, le voglie, ma Dante ha questo potere, di farti dimenticare le difficoltà.

Cosa ne pensi della scuola di oggi? Un’istituzione sull’orlo del baratro o una nuova scuola orientata al futuro? (Io, che insegno alle superiori, penso che siamo già caduti nell’abisso).
Non ho il polso della situazione, non avendo mai insegnato a scuola. La filologia mi ha insegnato a parlare solo quando si conosce bene un argomento. Vedendo però i ragazzi del primo anno, e cioè la loro preparazione, mi pare di notare – e non credo sia solo un’impressione – che arrivano all’università un poco meno attrezzati rispetto a vent’anni fa, e sempre più bisognosi di aiuto, di un indirizzo. La sensazione è che – a tutti i livelli – restino adolescenti un po’ troppo a lungo.

Nel tuo libro Il diario di Mirko V. hai inaugurato il tuo personale filone autocelebrativo, seguendo le orme di tanti altri grandi prima di te (tra parentesi, mi ricordo che già al ginnasio ti spostavano al banco davanti per ammirare i tuoi occhioni azzurri, quindi credo che il tutto nasca già nell’adolescenza…). Per cui, dimmi, a bruciapelo: ti senti più Ugo Foscolo o D’Annunzio? E perché?
Anzitutto, consentimi di negare questa cosa dello spostamento di banco! Sempre stato in ultima fila!*  Poi, direi D’Annunzio, ma nel senso che mi piacerebbe poter avere un decimo dello spirito che ebbe lui. Poeta, grande celebrità anche mondana, romanziere all’avanguardia, aviatore, comandante, esteta... Una figura davvero incredibile: te li immagini i poeti di oggi che conquistano Fiume o volano su Vienna lanciando volantini mentre la guerra infuria?

Si può dire che il tuo Il diario di Mirko V. sia nato su Facebook prima di approdare all’editoria tradizionale: che rapporto hai con Facebook e con i social in generale? Credi possano essere veicoli di cultura o concordi con Umberto Eco, quando dicevaI social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel” ?
Io con FB ho un rapporto bellissimo (forse a volte un po’ troppo intenso, diciamo). Credo sia una risorsa straordinaria, dal potenziale immenso. Io, nel mio piccolo, l’ho sfruttato, con grande giovamento sotto ogni aspetto, da quello umano a quello professionale (non sarei scrittore, senza FB: e non è un paradosso né un’esagerazione). Eco aveva ragione, è una delle cose più lampanti legate a internet: primo lo scemo diceva la sua stupidata al bar, veniva irriso dagi altri avventori e la cosa finiva lì. Oggi gli scemi possono fare lega e avere un’incredibile cassa di risonanza, risultando così più “importanti” di quanto non siano, cioè zero.

Nel tuo libro più recente, Oceano Padano, hai cantato il mondo piccolo di Nosadello; ho ritrovato un po’ di Guareschi nel contenuto e molto d’Annunzio nella forma, anche se il tutto declinato in un modo assolutamente personale. Come è nata l’idea di questo libro? Ho azzeccato i riferimenti letterari o la nebbia padana mi ha offuscato la materia grigia?
L’idea in realtà è venuta ad altri, cioè a quelli della casa editrice Laterza, che vedendo (appunto) come usavo Facebook per descrivere quella fetta di Lombardia che abito, hanno visto le potenzialità di un libro. E così è stato: per me poter mettere su carta tutto ciò che riguarda le mie terre, e soprattutto il mio personale sguardo su di esse, è stata una autentica, impagabile gioia. Quanto ai riferimenti, Guareschi è uno degli autori che amo di più, e magari qualche stilla di ironia o di umorismo l’ho presa da lì. Non direi poi che ho guardato a D’Annunzio, sì però a un’idea di lingua alta, controllata, sintatticamente complessa. La cura dello stile è stata la mia massima preoccupazione.
 
Sei anche una firma del Foglio. Preferisci la scrittura giornalistica o quella letteraria e perché?
Finora ho avuto la fortuna di scrivere sul Foglio articoli poco giornalistici (solo sul Foglio si può fare!), addirittura letterari: è questa la mia vera cifra. Come giornalista sarei davvero scarso (e confesso che in passato sono stato pure collaboratore del Cittadino di Lodi, ma non ero proprio un gran reporter…).

Se tu dovessi consigliare un libro a dei giovani refrattari alla lettura, sperando di convincerli che leggere è, non solo bello, ma anche avventuroso, cosa sceglieresti?
Tutto il ciclo di Sandokan, di Salgari: impossibile non appassionarsi alle avventure dei pirati della Malesia!




*(Non è vero, non è vero! Era la V ginnasio, me lo ricordo benissimo!!!)


venerdì 3 marzo 2017

L'angolo di Don Camillo: la Gisella. Come affrontare la realtà



 Scusate l'assenza di questi giorni, ma a volte il tempo scorre via  veloce, tra lavoro (chi insegna sa che queste sono le famigerate settimane dei recuperi! Mgliaia di verifiche da correggere!), famiglia e tante  cose da fare.
Ma eccomi al venerdì, eccomi alla rubrica dedicata al mio amato Guareschi e al suo don Camillo.

Dalla prossima settimana prenderò in considerazione altri libri del Mondo Piccolo; oggi mi soffermerò ancora su Don Camillo, nella 30esima edizione Bur, pagina 230.

Questo l'antefatto: la Gisella, fervente comunista del gruppo di Peppone, viene trovata legata e incappucciata con il sedere dipinto di rosso. Peppone interpreta questo gesto come una "sanguinosa offesa alla massa proletaria". Dichiara uno sciopero e vuole che tutto, al paese, si fermi. Compreso l'orologio della torre del campanile.
Va quindi da Don Camillo e gli intima di far fermare l'orologio; anzi, dichiara che, se non lo fermerà il sacrestano, lo fermerà lui stesso, a raffiche di mitra.

Nasce quindi un dialogo tra Don Camillo e Peppone, molto più serio e profondo di quanto ci si potrebbe aspettare. Dalle parole di Don Camillo io traggo un insegnamento importante: affrontare i problemi. Non trovare palliativi, ma prendere atto delle circostanze, fare i conti con la realtà e viverla pienamente.

Don Camillo parlò con voce grave: "Tu vuoi fermare l'orologio perché è sulla torre e lo vedi mille volte al giorno. Dovunque tu vada, l'orologio della torre ti guarda, come l'occhio della sentinella dalla torretta dei campi di prigionia (e Guareschi conosceva purtroppo molto bene la realtà del lager). E se tu volgi il capo dall'altra parte è inutile, perché senti quello sguardo pesarti sulla nuca. E se ti chiudi in casa e nascondi la testa sotto il cuscinio, quello sguardo passa i muri, e poi i rintocchi dell'orologio ti raggiungono e ti portano la voce del tempo. Ti portano la voce della tua coscienza. E' inutile, se hai paura di Dio perché hai peccato, nascondere il Crocifisso che hai sul letto: Dio rimane e ti parla per tutta la vita con la voce del tuo rimorso. E' inutile Peppone che tu fermi l'orologio della torre: il tempo non lo fermi. Il tempo continua. Passano le ore, passano i giorni, ogni istante è qualcosa che tu rubi".

Comunque il sedere pitturato non fu opera dei democristiani o dei neri; fu colpa del marito esasperato per una moglie votata al partito più che al matrimonio... Ma questa è un'altra storia.

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