giovedì 31 dicembre 2015

Claudio Abbado per piccoli musicisti - La casa dei suoni


 Foto scattata a mezzanotte, sul leggio dell'organo positivo di casa...

In casa nostra la musica è una presenza costante. Pur disponendo di pochi mq, abbiamo un organo positivo (dovendo decidere tra una credenza e un organo, abbiamo scelto quello più utile...), un pianoforte digitale e, chiuso nella sua custodia, perché nessuno (ancora) lo sa suonare, un violino che ci ha regalato il proprietario di un mas a Carpentras durante un viaggio in Provenza.

Si suona, si canta, ci sono partiture ovunque e libri di e sulla musica.

L'ultima scoperta in fatto di letteratura musicale è un libro cartonato che una mia cara amica ha regalato a mio figlio. Di Claudio Abbado, celebre direttore d'orchestra scomparso il 20 gennaio 2014, si intitola La casa dei suoni.
Edito per la prima volta nel 2006 da Babalibri, è un testo che Abbado ha dedicato ai giovani musicisti, che possiedono "un entusiasmo e uno slancio non ancora intaccati né rovinati dalla professione, o, come in certi casi accade, dalla vita".

Il racconto autobiografico, corredato da illustrazioni di Paolo Cardoni, si ferma al momento in cui il giovane Claudio ebbe l'opportunità di dirigere la sua prima orchestra, proposito che lui aveva già maturato molti anni prima, quando, a sette anni, al Teatro alla Scala assistette dal loggione all'esecuzione dei Notturni di Debussy .

Oltre all'autobiografia (mi avrebbe incuriosito leggere qualcosa di più, ma, appunto, il libro si rivolge a un pubblico molto giovane, che forse si annoierebbe ad ascoltare o a leggere i particolari della vita di qualcuno), ciò che mi è piaciuto di questo libro è ciò che viene dopo. Con semplicità, ma chiarezza,  si parte dalla descrizione della musica da camera (dal duo all'ottetto), per arrivare all'orchestra, di cui si illustra la disposizione degli strumenti anche attraverso i disegni. Si passa poi a spiegare in cosa consiste la partitura e ad presentare  le famiglie di strumenti (archi, legni, ottoni, percussioni, a corde pizzicate) con relativi disegni.

Infine, possiamo scoprire cosa sono le sinfonie, i concerti e l'opera,  vale a dire le principali composizioni per orchestra, senza naturalmente tralasciare cosa fa concretamente il direttore d'orchestra (che non è un tizio che agita inutilmente una bacchetta, per parafrasare una battuta che recentemente ho sentito pronunciare da un altro grande, Riccardo Muti).

L'ultima pagina riporta tutti i titoli dei brani musicali citati nel corso del libro, in modo da creare una piccola guida all'ascolto.

In passato, ho avuto la fortuna di poter studiare uno strumento stupendo, il pianoforte. A un certo punto, ho smesso di prendere lezioni, ma l'amore per la musica è rimasto vivo, intatto e fa parte di me. Sarebbe bellissimo se, come accade all'estero, la musica diventasse patrimonio comune di tutti i giovani, se le lezioni di musica a scuola non fossero quella tristezza infinita che va dallo stridio del flauto dolce al tedio della melodica (melodica? Ma che strumento è? E quando mai ricapiterà di suonarlo?). Musica è ascoltare, è vivere le note. È immaginare su una melodia, è accostare un dipinto di Monet a a una Gymnopédie di Satie, una poesia di Rimbaud a un notturno di Debussy.

Mi piacciono i libri per bambini che parlano di musica (anche se mi sembra che ce ne siano davvero troppo pcohi). Danno speranza.

martedì 29 dicembre 2015

In biblioteca nella nebbia


 Si gela, stamattina. La nebbia ammanta ancora tutto; ha provato, stamattina, ad alzarsi un poco, a lasciare scorgere un lembo di cielo azzurro pallido, ma è stata solo un'illusione.
Mi sono alzata prima del solito per uscire e fare delle commissioni. Sono andata in centro, ma ho parcheggiato la macchina lontano, per fare una passeggiata, nonostante l'aria facesse male al viso. Sono scesa dall'auto, ho preso il mio sacchetto pieno di libri: "Sono in ritardo con la consegna dei libri in biblioteca". Erano libri illustrati che avevamo preso io e mio figlio durante la nostra ultima visita in biblioteca. Li leggiamo e rileggiamo, i libri,  lui li impara a memoria e la sera mi diverto a leggerli sbagliati, così lui può ridere... "Leggi bene, mamma, rileggi da capo".

Sono entrata nel palazzo; mi fermo sempre a guardare la panchina nel cortiletto, su cui, quando fa caldo, mi piace sedermi e aprire subito il libro appena ritirato. La lettura è spesso un fatto urgente.

Ho percorso la maestosa scalinata per entrare in biblitoeca; ho aperto il portoncino di legno un po' sgangherato e ho trovato tepore. Tutti mi sembrano calmi, in biblioteca. Ho appoggiato sul bancone i miei dieci libri per bambini e ne ho ordinato uno da adulta. "Avete Lucrezia Floriani di George Sand?"
No, non c'è, "ma è corretto il titolo? Ah, no, scusi, avevo capito male. Glielo ordino, arriverà tra qualche giorno".
Sono uscita contenta, arriverà presto un libro nuovo, leggerò del lago di Iseo, cercherò di immaginarmi la scrittrice, e come doveva essere la sua vita ribelle, la sua storia d'amore con il grande Chopin.

Mi sono rituffata nel mondo reale, il mercato, due kg di arance e quattro mele renette. Mi compro un vestitino colorato, costa poco, poi un basco nero perché avevo proprio bisogno di un basco nero, anche se io il basco non l'ho mai portato.

A casa trovo il divano rosso, mani che scaldano le mie. Penso al pranzo, ma ho voglia di scrivere.

Del lago di Iseo e di George Sand

 Il lago di Iseo visto da Peschiera Maraglio

Credo che nessun luogo sia contemplativo come il lago. Una distesa di acqua placida, dall'orizzonte definito; una corona di montagne, più o meno alte, di 'cime ineguali' che abbacciano le sponde e delimitano lo sguardo.
Amo andare al lago di inverno, sedermi su una panchina e godermi il sole già basso di metà pomeriggio, timidamente caldo eppure accecante, come a ricordare che sì, la primavera non tarderà. E poi camminare sul lungo lago, tra silenzi e conversazioni finalmente fluenti; fermarsi a dare il pane alle anatre, guardare stupiti i cigni che volano velocissimi, radenti l'acqua.
Una breve gita in battello, l'odore dell'acqua, le barche in attesa della bella stagione.

Oggi, il Lago di Iseo.

Una fuga dalla nebbia insistente di questi giorni (o meglio, mesi), che toglie respiro e colori. Meno di un'ora di auto ed eccoci in un mondo di sole, tranquillo, silenzioso. C'era poca gente, Iseo sembrava sonnolenta in questo lunedì di fine dicembre. Pochi rumori, poco traffico.

Ci siamo accorti, al nostro arrivo, che dopo pochi minuti sarebbe partito il battello per il borgo di Peschiera Maraglio, a Montisola. L'abbiamo aspettato - il battello -  guardando il lago.


Montisola era addobbata a festa, ma muta, silenziosa. Sembrava quasi disabitata o ferma in un passato a me sconosciuto. Il retificio (non avevo mai visto un retificio!), il fornaio, il carretto del fruttivendolo. I locali chiusi, le case sonnecchianti nel pomeriggio - poche le luci accese, molte le persiane chiuse ad aspettare la primavera -  mentre già il cielo si tingeva di rosa.

 Il lungolago di Peschiera M. Sulla destra, il retificio

Abbiamo percorso la breve salita fino alla chiesa  di San Michele, dove abbiamo ammirato il presepe costruito con cura, che ci ha incantato per lunghi minuti.

  Voltandomi indietro, salendo verso la Chiesa di S. Michele

Abbiamo passeggiato senza meta, stupendoci "Ma come si può vivere in modo così diverso dal nostro a così poca distanza da noi".

Ho ripensato a George Sand, al suo Lucrezia Floriani che dovrei leggere (una delle tante letture promesse), alla sua descrizione del Lago di Iseo.

"Il piccolo lago d’Iseo non ha nulla di grandioso nell’aspetto e i suoi dintorni sono dolci e freschi come un’egloga di Virgilio. Tra le montagne che formano il suo orizzonte e le crespe molli e lente, che la brezza traccia sulle rive, c’è un’area di prati incantevoli, letteralmente smaltati dai più bei fiori campestri che produce la Lombardia. Tappeti di zafferano di un rosa puro ricoprono le rive, dove la burrasca non spinge mai rovinosamente le onde furiose. Leggere imbarcazioni rustiche scivolano sulle placide onde, sulle quali si sfogliano i fiori del pesco e del mandorlo."

Così George Sand scriveva nel 1847.

Sembra che oggi sia allora.

sabato 26 dicembre 2015

Un canto di Natale, Pukka tea e altre lentezze.

Il giorno di Santo Stefano, per me, è il giorno della lentezza. Archiviata la mangiata epica del 25, amo indugiare sotto le coperte fino a tardi, restare in pigiama fino all'ora di pranzo, chiacchierare, giocare, leggere.

Vivo sempre di corsa, ma, durante le vacanze, cerco di godermi gli attimi lenti, senza programmi, che sempre più spesso sono incapace di vivere, travolta dalla frenesia, dal dover fare anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.

A metà pomeriggio, prima di uscire per raggiungere amici che non vedevo da tempo, mi sono concessa il lusso di un tè Pukka ginger, lemon and manuka honey. Il tè dei giorni di Natale è  un regalo confortante che, puntualmente, ogni anno mi arriva dagli amici inglesi. Quest'anno, si è trattato di  una selezione di tè  Pukka (di cui, lo ammetto, ignoravo l'esistenza) che ora rallegra il mio tavolo e i miei pensieri.

 
Mentre il ginger solleticava il palato, stemperato dalla dolcezza del miele e dal profumo del limone, mi sono messa a sfogliare l'edizione italiana del Canto di Natale di Dickens,  illustrata da Viktoria Fomina, nei toni onirici del verde e viola. E' un classico, lo so, anzi, addirittura scontato in queste giornate che spesso eccedono in buoni (finti?) sentimenti, ma è Il libro del Natale, il libro che ogni tanto tutti dovremmo rileggere.



"Uomo" disse il fantasma "se hai un cuore di uomo e non di pietra, cessa da certo malvagio linguaggio fino a che non saprai quali siano veramente le cose superflue e dove si trovano". (p. 84 della mia edizione)



Eccolo lì, sembrava aspettarmi nascosto tra le righe e l'inchiostro, il mio proposito per il nuovo anno: comprendere quali siano le cose superflue e quali quelle necessarie, e imparare a desiderare il superfluo sentendolo come tale e non scambiandolo per l'indispensabile.

Ah, Dickens. Poche righe che racchiudono un universo e interrogano i segreti del cuore; le domande, sempre più decise, incalzanti, portano un turbinio invisibile in una perfetta giornata di lentezza.


Il  tè era intanto ancora bollente, a metà tazza.


Rieccomi

luwak coffee

Sono passati mesi dall'ultima volta che ho scritto. E' strano: amo scrivere, eppure le mille cose da fare  prendono sempre il sopravvento: il lavoro, la famiglia, questo, quello...
Poi arriva una sera di vacanza, la sera di Natale, immersa nel buio silenzioso della casa, in cui tutti dormono, e sono qui a chiedermi perché livre au chocolat sia rimasto silente (non che abbia mai pubblicato chissa che, però, almeno, avevo iniziato).
Ho tanto da dire e da raccontare; forse avevo iniziato con l'alta pretesa di un blog di critica letteraria, ma è un obiettivo troppo pretenzioso, troppo stancante per una mamma lavoratrice che alla sera alle 21 è tentata di spalmarsi sul divano e non muovere neppure mezza articolazione. Voglio dire, i libri sono parte essenziale della mia vita, ma, forse, livre au chocolat deve essere più me, deve essere il mio sguardo. Non so a chi interesserà, ma certo interessa a me che me ne sto qui, col mini computer sbilenco sul tavolo della cucina, mentre il ticchettio dell'orologio è l'unico rumore che ritma le mie dita sulla tastiera.

Ho programmi lenti per queste vacanze di Natale, ho voglia di tornare a Milano, di una gita al lago, di mangiare tutte le delizie che solitamente non mangio mai. Ho voglia di dormire e non puntare la sveglia - anche se il mio bimbo si sostituirà egregiamente al bip bip mattutino -, ho voglia di leggere, di provare vestiti nuovi, di bere più té lenti e meno caffè espressi, di concedermi il lusso della tisana bollente sul divano, la sera, preparata con il samovar che ormai troneggia in cucina (regalo richiesto a gran voce da mio figlio per i suoi  5 anni. Sì, è strano come regalo per un cinquenne, ma mio figlio è una sorpresa quotidiana).

Si ricomincia, dunque. Anche se forse non era mai veramente iniziata questa mia avventura tra le pagine bianche di un blog.


sabato 18 aprile 2015

Narratè: la lettura ha scoperto l'acqua calda



Ok, non sarà cioccolata, ma come si può negare il fascino di una tazza di tè? Gustato con calma, accompagnato da un biscottino, o meglio ancora da scones con burro e marmellata di fragole che fa tanto cream tea. E se poi alla tazza di tè ci aggiungiamo un libro, be', che altro desiderare per risollevare corpo e spirito durante un pomeriggio come quello di oggi, grigio e ventoso?

Tutto ciò per dirvi che... Ho appena scoperto che qualcuno ci ha pensato e ha dato vita a un progetto di EnterTEAnment, di editoria creativa, di intrattenimento a base di tè!
Di cosa si tratta?

Di un progetto che si chiama Narratè (la lettura ha scoperto l'acqua calda). Cioè di un libretto. Con attaccata una bustina di tè. Sul retro si stacca la bustina di tè e la si mette in infusione nell'acqua calda. Durante il tempo di infusione, si legge il libretto, che racconta le peculiarità di una città del mondo. Finito il libretto? Il tè è pronto. Si mette in borsa il libretto e si sorseggia una tazza di tè caldo e profumato. 

Mi ha colpito molto la descrizione: "... una sorta di Lonley Planet, ma più sintetica, che racconterà le più improtanti città del mondo attraverso un inedito approccio sinestetico. Il libretto conterrà infatti una descrizione dell’anima della città, la sua personalità, raccontata in 5 minuti. La miscela proporrà ingredienti ad hoc per ogni città, se possibile territoriali, che ne facciano anche gustare il sapore". 

Che poi io, di fronte all'aggettivo sinestetico, mi sciolgo. Tutto ciò che mi riporta al simbolismo mi conquista. 

E' bella questa idea, perché mescolare cibo e cultura aiuta entrambi i settori: toglie quella patina di "noia" alla cultura e nobilita al contempo il cibo.

Il risultato è un lettore felice e appagato.

mercoledì 15 aprile 2015

Il Moleskine rosa



C'è un oggetto che fa subito intellettuale, vintage e chic(almeno per me): il Moleskine. O la Moleskine - come spesso sento dire - al punto che non ho mai capito veramente se sia femminile o maschile.
Di solito chiamo questo taccuino  "il" Moleskine, essendo appunto taccuino. Ma poiché è chic fino all'ultima pagina, non escludo sia femmina, anzi, direi che è inevitabilmente femmina.


Diciamo che il Moleskine per eccellenza è quello nero. Usato da Hemingway, immortalato da Chatwin nelle Vie dei canti (che se mi immortali un taccuino a Parigi stai pur certo che poi gli giuro amore eterno) è diventato oggetto di culto da quando l'azienda milanese Moleskine, nel 1997, ha deciso di far ripartire la produzione.

Copertina rigida o morbida, carta acid free, cuciture in vista. A me fa subito ispirazione.
Nero, però, mi intristisce, troppo serio per i miei voli pindarici.
Ma qualche settimana fa, complice anche un'amica superfashion che l'ha esibito con disinvoltura coordinato alla sua sciarpa, ho deciso che dovevo avere un Moleskine.  Formato large, copertina morbida. E con le pagine bianche, perché le righe mi sembrano una costrizione. Ma soprattutto, rosa. Femminile e bellissimo. Ho girato varie librerie della mia città (cronometrando tutta l'operazione, dovevo andare a prendere mio figlio all'asilo)  e finalmente l'ho trovato. Preso dallo scaffale, pagato, e subito scartato e accarezzato.  E' diventato così un compagno fedele delle mie giornate, un oggetto culto da tenere in borsa, sul comodino e su cui annotare tutte le idee strambe che non troverebbero posto nella seriosa agenda scolastica e che si perderebbero se le annotassi su un file. Non avrebbero modo di sedimentarsi sulla carta e di assumere la consistenza dell'inchiostro.


Per me è un quaderno che stimola la creatività, non so se per la leggenda che lo accompagna, o per il colore giallino della carta o piuttosto per l'elastico che lo tiene chiuso, rendendolo vagamente misterioso. Basta vederlo, per desiderarlo.

domenica 12 aprile 2015

I caffè storici di Torino: il tour organizzato / parte seconda

Rieccomi con il seguito del goduriosissimo tour della Torino del cioccolato.


Piazza San Carlo

Dopo aver lasciato Palazzo Madama, siamo poi arrivati in Piazza San Carlo, un autentico gioiello, sia per l'architettura, sia per i suoi locali. Piazza San Carlo è considerata il salotto di Torino e la sua fama è pienamente meritata: elegante, accogliente e, a mio avviso, rétro quel tanto che basta.
Pensate che in questa piazza ci sono ben quattro locali degni di nota: la confetteria Stratta, il Caffè Torino, il Caffè San Carlo e il ristorante Caval 'd Brôns (questi ultimi non hanno un sito internet).


Cominciamo da Stratta: nel post precedente vi ho fotografato i suoi gianduiotti. Stratta è una confetteria nata nel 1836, così celebre per i suoi cioccolatini e le sue prelibatezze da diventare la confetteria della famiglia reale, nonché il luogo quotidianamente frequentato da Cavour, che amava lì sorseggiare una cioccolata a cui mescolava delle nocciole, appositamente lasciate per lui su un piattino dai camerieri.  Già ai tempi del conte di Cavour, Stratta offriva quello che oggi definiamo servizio di catering. Celebre un ordine che il conte commissionò per un ricevimento di ambasciatori europei: 29 kg di marrons glacés (inventati proprio a Torino), 18 kg di sorbetto, 37 di frutta caramellata, in più paste, confetture, meringhette, liquori per un totale di 2547 lire e 60 cent.
La vetrina di Stratta

Vicino a Stratta si trova il ristorante Caval 'd Brôns, cui onestamente non ho dedicato molta attenzione. Due miei studenti dal palato raffinato hanno pranzato lì e hanno trovato la cucina veramente ottima.


Sempre in Piazza San Carlo, ma dal lato opposto a Stratta, ecco i due caffè: il Torino, tradizionalmente monarchico, e il San Carlo, un tempo luogo di ritrovo dei repubblicani. Il Caffè San Carlo è stato uno dei primi locali ad aver usato l'illuminazione a gas ed è particolarmente rinomato per i suoi caffè; celebre invece per la cioccolata, le torte e il bicerin (una goduria da bere a base di caffè, cioccolata e crema di latte, da sorseggiare senza mescolare) è il Torino. Entrambi i locali sono belli, ma con una sorta di patina sull'antico splendore. Nel senso che mi sarei aspettata uno scintillio di cristalli, ori e decori. C'erano, sì, ma sembravano aver perso il loro nitore con il passare degli anni. Credo proprio che dovrò fare un secondo giro a Torino per capire se confermare o meno questa impressione :-)

 
                           Esterno e interno del caffè Torino

Che dire... In un momento di pausa mi sono seduta al Torino e ho sorseggiato il bicerin e...buono, davvero buonissimo (ma mooolto, caro, 7,20 € al tavolo. Però, dai, per una volta si può fare).


Il bicerin

Purtroppo le poche foto del Caffè San Carlo sono venute malissimo, per cui non ho nulla da mostravi :-(

Ci siamo poi spostati da Piazza San Carlo alla scoperta di altri luoghi degni di nota. Il primo è Gobino, celebre per i suoi Tourinot, ovvero cioccolatini di pasta gianduia, dalla stessa forma di un gianduiotto ma più piccolo, arricchiti di burro e panna. Che bontà... Io ero in estasi a sentire i racconti della guida riguardo a queste piccole meraviglie caloriche e non ho potuto fare a meno di comprarne un pacchettino. Certo, in questi caffè i cioccolatini costano quasi come un bracciale di Tiffany, ma la differenza con un prodotto industriale è abissale. Davvero in questo caso vale la regola del poco ma buono.Una particolarità di questo negozio è l'insegna: vi si legge ancora il nome Villarboito, precedente negozio di timbri.

Dopo Gobino, ecco arrivati negli ultimi tre locali del tour.  Pepino, istituzione napoletano-piemontese dal 1884, ovvero la prima gelateria di Torino e creatrice del pinguino, gelato sullo stecco ricoperto di cioccolata. Il primo gelato da passeggio, insomma.

Siamo poi arrivati al caffè Baratti e Milano, locale chicchissimo e che poteva annoverare tra i clienti abituali Guido Gozzano, che alle donne che qui mangiavano paste e pasticcini dedicò la poesia Le Golose. Anche se non l'ho bevuto in questa occasione, vi consiglio, se capitate, di bere qui un caffè: in una visita a Torino di tanto tempo fa,  ne ho assaggiato uno straordinario con panna montata. Sono passati anni da allora, ma il gusto lo ricordo ancora. Ne vale la pena :-)
La Galleria da cui si accede al Caffè Baratti (...Sorry per la foto storta)


Ultimo, Mulassano, celebre per  il vermut e per il tramezzino. Si dice che qui sia nato il rito dell'aperitivo (che io ho sempre creduto milanese...). Particolare la fontanella in mezzo al bancone, da cui è possibile prendere un bicchiere d'acqua quando si vuole. Si paga il cibo, ma se si desidera l'acqua, questa è gratis.

 
                          Gobino, Pepino e Mulassano.

Non siamo arrivati al famoso caffè Bicerin e, per ragioni di tempo, non sono riuscita a visitarlo neppure al termine del tour guidato.
E' stata un'esperienza particolare, quasi fuori dal tempo... L'unica pecca che mi sento di segnalare nell'organizzazione è che le scolaresche non possono entrare in gruppo nei caffè, ma solo vederli dall'esterno. La ragione è comprensibile:  molti locali sono piccoli e 30/35 persone tutte insieme rischierebbero di provocare danni. Credo invece che riprecorrere lo stesso itinerario da soli o in piccoli gruppi sia un'esperienza indimenticabile per gli occhi e per il palato. Perché qui il cioccolato è veramente cultura.

venerdì 10 aprile 2015

I caffè storici di Torino: il tour organizzato / Parte prima

 L'interno del Caffè Torino

Grazie al mio lavoro, ho sempre l'opportunità di conoscere cose nuove. Non solo perché si studia ogni giorno, ma perché, con un po' di spirito di iniziativa e tanta curiosità, si possono organizzare uscite didattiche straordinarie.

Un esempio? Il tour di pochi giorni fa. A Torino. Alla scoperta dei caffè storici.
Per me, che spesso viaggio con la fantasia in epoche passate e mi sento sempre un po' vintage dentro, un'autentica manna.

Si tratta di un tour guidato organizzato dal Portale dei parchi di un paio d'ore, con partenza da Piazza Castello, di fronte al  Teatro regio. La nostra guida, un personaggio simpaticissimo e coloratissimo, ci ha condotti alla scoperta di Torino non solo come prima capitale del regno d'Italia, ma soprattutto come capitale del cioccolato. La tradizione del cioccolato, a Torino, è infatti molto antica.  Il duca Emanuele Filiberto, chiamato a comandare l'esercito spagnolo contro i Francesi, sconfisse questi ultimi nella battaglia di San Quintino (1557). Questa impresa militare non solo gli portò gloria, ma gli permise di conoscere anche il cioccolato (o meglio, la cioccolata, perché all'epoca il cacao si gustava solo sotto forma di bevenda calda) e di diffonderlo nella sua Torino. Prima di allora, infatti, in Europa la cioccolata era consumata principalmente solo in Spagna e in Francia.


Nel '700 fu un inventore, Doret (sempre sia lodato), a costruire la prima macchina idraulica per solidificare la ciccolata. Nasceva così una nuova delizia per gli occhi e per il palato: il cioccolatino. E anche una nuova figura di artigiano: il cioccolatiere, una professione talmente redditizia - ah, la gola!- che questi maestri del gusto arrivavano talvolta ad essere più ricchi degli aristocratici.

I primi cioccolatini, detti givu (mozzicone), erano a forma di sigaretta e non erano incartati; poiché, però, il cacao era costosissimo e non tutti potevano permetterselo, si pensò di abbattere i costi mescolando farina di nocciole alla pasta di cacao. Questo nuovo cioccolatino, dalla tipica forma a barca rovesciata e già incartato, venne distribuito gratuitamente alla folla per la prima volta da Gianduia - tipica maschera della commedia dell'arte -  nel corso del Carnevale del 1865. Ecco il celeberrimo - e buonissimo - gianduiotto.
I celebri gianduiotti di Stratta (che mi sono sacrificata a mangiare. E di cui vi parlerò)

Tornando al nostro tour: dal Teatro ci siamo spostati fino a Palazzo Reale, purtroppo non visitabile perché in corso "un'importante riunione": ecco l'unica informazione che siamo riusciti a strappare ai carabinieri di guardia. Avremmo voluto visitare il Caffè reale per ammirare anche le collezioni di servizi da tè e cioccolata della famiglia reale... Sarà per la prossima volta.

 Palazzo Reale

Abbiamo quindi ammirato la  facciata di Palazzo Madama e dato un'occhiata a via Garibaldi. Là dove ora c'è una farmacia, un tempo, quando ancora la via si chiamava Dora Grossa, c'era il caffè Calosso, il primo caffè a usare la tazza con il manico. Sembra scontato oggi che una tazza abbia il manico e onestamente non avevo mai pensato a chi attribuire questa invenzione. Ora lo so :-)


 Palazzo Madama - Facciata del Juvarra

E dopo Palazzo Madama, ci siamo avviati verso piazza san Carlo. Continuerò il mio racconto nel post successivo. A presto!

Perché Livre au Chocolat

Un nuovo blog per ritornare nella blogosfera. Chi mi conosce sa che non è la mia prima esperienza come blogger. Sono stata per un po' lontana da questo mondo, ma il richiamo era troppo forte per ignorarlo ancora.

Un nuovo blog sulle mie passioni: i libri, le librerie e tutto ciò che sta nel mezzo, dai taccuini agli oggetti di cartoleria, dai caffè letterari alle aule di scuola (eh, sono una prof. di lettere). Ma anche sul cioccolato, quello buono, che ha il sapore di viaggi e carezze, che ti sorprende sempre per  la consistenza vellutata, e che, se accompagna un romanzo o una poesia, diventa sublime esperienza di cultura.

Un blog dal titolo francese, una lingua che amo tanto e che mi rimanda a Parigi, la mia città del cuore.


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