lunedì 30 gennaio 2017

La poesia non serve a niente?


 Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c'è posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

(Pierluigi Cappello, Da lontano, in Mandate a dire all'imperatore, Crocetti, Milano 2010, p. 47.)


I miei studenti, soprattutto quelli che si mettono le mani nei capelli tutte le volte che c'è da fare una parafrasi, mi chiedono spesso: "Ma prof., a cosa serve la poesia? Cioè, veramente c'è qualcuno che viene pagato per scrivere poesie?".

La risposta alla seconda domanda è molto facile: "no". O meglio: di solito i poeti non vivono di poesia. Se percepiscono un compenso, diciamo che questo compenso, nella maggior parte dei casi, è più simile a un obolo; con la poesia non si mangia, o al massimo si mangia un panino. E' sempre stato così e credo che lo sarà sempre. Forse è un'amara constatazione, ma è la verità. Di solito si riesce a continuare l'attività di poeta perché si ha un'altra fonte di reddito, sia essa il patrimonio di famiglia, sia essa un lavoro degnamente retribuito.

La prima domanda è insidiosa, ma intimamente collegata alla seconda, e comunque gli studenti vogliono capire non solo perché gli tocchi la parafrasi di Inferno XXVI, ma anche su cosa si basino le tue convinzioni di docente di letteratura italiana. Nel senso: perché hai pensato di dedicare la tua vita a spiegare l'opera di gente, spesso già defunta, che per una qualche turba mentale ha dedicato tempo prezioso a scrivere versi?

Poi, insomma... Si guadagna bene, scrivendo? No. La poesia ha una qualche utilità pratica? No. Cura qualche malattia? No. Se non leggi/scrivi poesie, ti ammali. ti fa male qualche cosa? No.

E allora?

Allora c'è che l'uomo ha naturalmente bisogno di poesia, anche quando non lo sa. Ha bisogno di uscire "a riveder le stelle", o di vederle per la prima volta, se ha sempre tenuto il suo sguardo chino verso la polvere e la strada.  Ha bisogno di uno slancio nuovo, di motivazioni interiori che ci facciano vivere veramente e non solo stare al mondo. Credo che tutti noi avvertiamo la necessità, prima o poi, di materia con la quale plasmare la nostra esistenza, perché coltivare la propria interiorità è un esercizio, non un dato di fatto. Farsi domande, interrogarsi su di sé e sul mondo, prendersi un po' di tempo per riflettere sono tutti "esercizi" che richiedono tempo e anche un po' di fatica. Ma sono necessari.

La poesia serve a questo. A chi la scrive per conoscersi ogni volta di più; a chi la legge per porsi domande nuove o darsi risposte, domande o risposte profonde, perché non nascono dall'immediatezza. La poesia non è mai immediata anche quando sembra semplice.

Come tornare ad amare e divulgare la poesia, che in Italia si apprezza sempre meno (mentre in UK, per esempio,  hanno ancora la figura del poeta laureato)?


                                                     Carol Ann Duffy, poetessa laureata inglese - ph. Getty

Credo che si debba rivedere la logica delle azioni. Mi spiego meglio: oggi, soprattutto per gli adolescenti (la fascia d'età dei miei studenti, per capirci), la gratuità è un concetto praticamente assente. Tutto ciò che si fa deve avere una finalità pratica e condurre a un immediato guadagno. Ciò che non rientra in questa categoria, non ha ragione di esistere. Sia chiaro, nulla contro i soldi, ci mancherebbe. Ma qui sto parlando di altro.
Sto dicendo che,oggi, il fatto che qualcuno perda il suo tempo a scrivere versi senza guadagnarci sopra, per tanti ragazzi è semplicemente sconvolgente. Questo modo di pensare, così evidente negli adolescenti, è sempre più presente anche nel "mondo adulto". Chi scrive poesie è di solito poco appariscente, non ha migliaia di followers sui social, spesso è troppo colto e troppo poco "cool", non è un influencer, non fa girare montagne di soldi, non sponsorizza niente.
 Quindi  è inutile. Ciò che fa è inutile. Di conseguenza, il tempo speso a leggere e meditare dei versi è  tempo perso.

Fermiamoci tutti. Sono ripetitiva, ma lo dico di nuovo: facciamoci il regalo del silenzio. Guardiamo un po' di più le stelle e meno la terra, almeno fino a che non rischiamo di inciampare.
E poi leggiamo, per esempio, le meravigliose poesie di Pierluigi Cappello, classe 1967, uno dei più grandi poeti italiani viventi. Facciamoci questo regalo.

venerdì 27 gennaio 2017

L'angolo di Don Camillo - Il Crocifisso nelle scuole

 
 Quella sul Crocifisso nelle scuole è una battaglia che dura da tempo, forse da molto più di quanto tanti di noi credano.

I detrattori del Crocifisso sostengono che in un Paese laico non abbia alcun senso mettere un simbolo religioso nelle scuole. Non solo contraddice la laicità dello Stato, ma addirittura risulta offensivo per tutti coloro che sono atei o professano religioni diverse dal cristianesimo.

Chi invece è a favore del Crocifisso risponde ai detrattori parlando di simbolo non solo religioso, ma anche culturale: l'Italia affonda le proprie radici culturali nella cultura cristiana (basti pensare, per esempio, alle vacanze per il S. Natale, per la Pasqua, l'Immacolata Concezione, o al riposo domenicale) e negarlo non avrebbe alcun senso. Anzi, sarebbe una pericolosa perdita di identità. Quale che sia la vostra posizione, è utile ricordare che l'esposizione del Crocifisso negli edifici pubblici è stata normata dal regio decreto n. 965 del 1924, (ma già la Legge Casati del 1859 lo prevedeva come arredo scolastico) mai abrogato, passando per la legge 641/1967, la nota del 5 ottobre 1984, ed è stata comunque contrastata da molte sentenze, poi spesso ribaltate, soprattutto negli ultimi anni.

 E ci sono state voci di autorevoli intellettuali non cattolici che si sono schierati a favore del Crocifisso, come Natalia Ginzburg  della quale potete leggere qui le parole in merito alla questione (l'articolo apparve su L'Unità, il 22 marzo 1988).

Riferimenti alle controversie sull'esposizione del Crocifisso ci arrivano sempre dal nostro Don Camillo, nel dialogo tra la celeberrima maestra Cristina e i rossi, che, vinte le elezioni, hanno bisogno della "scuola serale" per fare "un po' di ripasso".

Da un pezzo s'era ritirata dall'insegnamento e viveva sola in quella remota casetta, ma avrebbe potuto lasciare spalancate le porte perché la "signora Cristina" era un monumento nazionale e nessuno avrebbe osato toccarle un dito. 
 «Cosa c'è?» chiese la signora Cristina. 
 «È successo un fatto» spiegò lo Spiccio.«Ci sono state le elezioni comunali e hanno vinto i "rossi"» «Brutta gente i "rossi"», commentò la signora Cristina.
 «I "rossi" che hanno vinto siamo noi», continuò lo Spiccio.
 « Brutta gente lo stesso!» insisté la signora Cristina.« Nel 1901 quel cretino di tuo padre voleva che togliessi il Crocifisso dalla scuola». 
«Altri tempi» disse lo Spiccio. «Adesso è diverso»
 « Meno male» borbottò la vecchia.«E allora?» 
«Allora il fatto è che abbiamo vinto noi, ma ci sono anche due della minoranza, due "neri"». 
 « "Neri"?» 
 «Sì, due reazionari: Spilletti e il cavalier Bignini...» 
La signora Cristina ridacchiò: 
 «Quelli, se siete rossi, vi faranno diventare gialli dall'itterizia! Figurati con tutte le stupidaggini che direte!»
 «Per questo siamo qui» borbottò lo Spiccio. «Noi non possiamo che venire da lei, perché soltanto di lei possiamo fidarci. Lei, si capisce, pagando, ci deve aiutare».
 «Aiutare?» «Qui c'è tutto il consiglio comunale. Noi veniamo per i campi la sera tardi, e lei ci fa un po' di ripasso. Ci riguarda le relazioni che dovremo leggereci spiega le parole che non riusciamo a capire [... ].» 
La signora Cristina scosse gravemente il capo.
 «Se voi invece di fare i mascalzoni aveste studiato quando era ora, adesso...» 
«Signora, roba di trent'anni fa...» 
La signora Cristina inforcò gli occhiali, ed eccola col busto diritto, come ringiovanita di trent'anni. E anche gli altri erano ringiovaniti di trent'anni. 

(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 49-50).

mercoledì 25 gennaio 2017

Cartoline del silenzio

Ragionando ancora sul silenzio...Tre "cartoline", tre autori tra loro distanti, tre modi diversi di percepire il silenzio non solo per la fruizione dell'arte, ma anche per la creazione della stessa.









lunedì 23 gennaio 2017

Elogio del silenzio




Avete mai notato che, sempre più spesso, tendiamo ad urlare?
Urliamo più o meno tutti, nella quotidianità e non solo in momenti eccezionali. I toni sono sempre alti, si urla al cellulare, e sempre più spesso capita di ascoltare intere telefonate altrui, come se le conversazioni dovessero diventare di dominio pubblico, salvo poi invocare la legge sulla privacy. C'è gente che urla addirittura sui social perché vuole farsi ascoltare e non sa che un orecchio attento - seppur virtuale -  si conquista con la gentilezza e la pacatezza.

Ci sono giorni in cui ho un grande bisogno di silenzio. Che non è evasione, ma una necessità: alzare sempre i toni copre tante verità; per essere autentici, è necessario ritrovare il silenzio.

Per questo amo il lago e chi mi legge dall'inizio, da prima della grande pausa, lo sa. Vivo a circa un'ora di strada dal lago di Iseo, che spesso diventa la meta di gite non programmate, di quei "Dove andiamo?" dopo pranzo, quando la pigrizia domenicale lascia il posto al desiderio di muoversi, di andare. Ed è la meta di quei momenti in cui si sente il bisogno di dire basta per qualche ora alle solite consuetudini, alle cose da fare e da dire.

Il lago mi rassicura, con quell'acqua cristallina abbracciata dalle montagne; si muove in piccole onde al passaggio dei battelli e poi torna calmo. L'odore dell'acqua dolce ha quel sentore antico, sempre uguale e l'aria frizzante di gennaio, quando c'è il sole, promette già una primavera meno distante, anche se ancora lontana.


Mi piace arrivare a Sulzano, prendere il battello e arrivare a Montisola, salire alla chiesa di Peschiera Maraglio e poi ancora più su, a rimirare il lago. Lì davvero si sente solo il rumore del respiro, si sentono voci, ma solo se si vuole parlare. Il tempo pare immobile eppure cambia, insieme alla luce sull'acqua e tra gli ulivi.



Ma solo nel silenzio si apprezza il mutare della luce nei mesi dell'anno. Se urliamo, se corriamo, non ci rendiamo conto.

Forse è per questo che nessuno legge più poesie, se non sporadicamente: ci sembra di non avere il tempo. Non abbiamo la forza di ascoltare in silenzio ciò che i versi hanno da dirci, lo sforzo di comprendere qualcosa che non sia immediato può apparire immane, inutile, ci dà fastidio.
I bambini, invece, sanno amare il silenzio. Si concentrano come solo loro sanno fare, sono dei veri maestri. Possono passare decine di minuti a guardare l'acqua, senza parlare, e ad emozionarsi per un'alga e un pesce, "proprio quell'alga e quel pesce lì, li vedi?". Seguono il loro pesce finché non lo perdono di vista, si lasciano catturare dal movimento di un'alga, mentre a te, adulto, sembravano tante alghe, tutte uguali e magari anche brutte.

Aveva ragione Pascoli. "È dentro noi un fanciullino...".


venerdì 20 gennaio 2017

L'angolo di Don Camillo - La paura continua

 
Poiché il mio primo post su don Camillo ha scatenato la furia di alcuni lettori, che davvero non so come ringraziare per l'attenzione che mi danno, ho deciso di creare una piccola rubrica per questo blog: "L'angolo di Don Camillo". Ogni settimana proporrò un passo tratto dal Mondo Piccolo, un passo che possa essere un commento non solo al passato, ma anche alla situazione presente.

Questo, che segue, per ricordare che la libertà di espressione - non di calunnia, non di offesa, non di vilipendio religioso, ma di espressione - non è solo una bella parola, ma un inalienabile diritto.
Buona lettura!


"È la paura" rispose il Cristo. "Essi hanno paura di te".
"Di me?"
"Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità, ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi debbono saperla la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: 'Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere; confrontate la vostra vita con quelle delle genti libere!'. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno, e se potranno, ti uccideranno, perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano, ma, per amore di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie, ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che sono vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se  taci tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?".
Don Camillo allargò le braccia.
"No", disse. "Mi stupirei se non sapessi che, per aver voluto dire la verità agli uomini, Voi siete stato messo in croce. Me ne dolgo semplicemente". 

(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 273-274). 

mercoledì 18 gennaio 2017

Come spendere i 500 euro della carta Docente

 
Noi docenti, si sa, siamo ricchi: il nostro stipendio è tra i più alti d'Europa e da ben due anni riceviamo 500 euro da spendere in formazione, libri, hardware e software. Siamo i nababbi dell'istruzione.

L'anno scorso, il MIUR erogava su ciascun conto corrente la somma, la quale poi andava giustamente rendicontata con una apposita scheda a cui allegare ricevute e fatture per poter aver accesso al bonus dell'anno successivo. Il MIUR avrebbe controllato tutto in modo minuzioso: avevi speso nell'anno 2015/2016 497 euro? Per il 2016/2017 ti toccano 497 euro. Vuol dire che quei tre eurini, se non ti sono serviti l'anno prima, non ti serviranno neanche adesso.

Quest'anno, invece, il bonifico non è arrivato. Si sono inventati, quelli del MIUR, uno strumento altamente tecnologico, easy, cool, choosy (ah, no), vabbe' tutti quegli anglicisimi là che ti danno l'idea di gioia ed estate e un po' di rimbambimento, si sono inventati, dicevo, "la CARTA DEL DOCENTE".



Quello che i signori del MIUR non hanno detto subito, però, è che è necessario un corso di studi quadriennale per riuscire ad utilizzarla.

Andiamo con ordine. I colleghi mi scuseranno se dico cose ovvie, però, magari, chi non insegna ha voglia di soffrire con noi.

Vuoi la carta docente? E allora creati l'IDENTITA' DIGITALE (non suona un po' fantozziana?). Cioè: registrati su uno dei siti che forniscono il servizio di identità digitale (io ho scelto Poste id) e compila i campi bianchi. Più o meno funziona così: nella prima parte, dati anagrafici, email e cellulare. Quando hai inserito il cellulare, sappi che arriva lui, il codice: a ogni passaggio ti viene inviato un sms con un codice, devi inserire il codice per proseguire, ma per almeno 15/16 volte ti dirà che il codice è sbagliato. Quando il sistema si sblocca con il codice più o meno n. 25/26, devi fare la scansione A COLORI dei documenti di identità. Carichi i documenti e a quel punto ti arriva un codice via sms, con il quale devi recarti in posta per farti identificare di persona. Fai tre ore di coda alla posta, trovi l'operatore che non sa cosa sia SPid (il servizio di identità digitale), aspetti altri 20 minuti per far arrivare l'unico collega che sa e che è in pausa caffè e finalmente ti guardano la carta di identità, schiacciano un tasto del pc e ti creano l'IDENTITA' DIGITALE.

Aspetti SMS e email di conferma e finalmente puoi spendere il tuo buono docente. Ah, no.

Per avere i tuoi soldi, che sono erogati in buoni spesa, devi andare sul sito del MIUR carta docente, inserire le credenziali di accesso, inserire il codice che nel frattempo ti è arrivato via SMS, dare tutti i permessi (acconsento) e poi ti crei i buoni. Che devono essere dell'importo esatto di quello che vuoi comprare, non un euro di più, non un euro di meno.
Ma dove spenderli? Il MIUR provvede anche a fornirti l'elenco dei musei che aderiscono. A Milano? A parte Brera e il Cenacolo, spicca Mediaworld. No, ditemi che cosa c'entra ME - DIA - WORLD con i musei. Forse vendono abbonamenti ai musei? Ma se io ho voglia di passare una giornata al Museo del '900 e ci voglio andare con la carta docente, non posso?
Librerie? Il Libraccio va per la maggiore,  ma non è che mi serva più di tanto, io vado a scuola perché insegno, non devo frequentare io la scuola, ma forse i simpatici signori del MIUR si sono un attimo confusi con il bonus per i 18enni. Altro? Ah, on line c'è Alpha test, notoriamente utilissima per chi, come me, insegna italiano e storia alle superiori, per dire.  Per fortuna c'è anche Amazon, ma è l'unica libreria utile. Con Amazon ovviamente dovrò generare il buono docente, convertirlo in buono Amazon e finalmente spenderlo.

Io lo so, so che sarà un gran momento, un momento che sarà storico quando genererò il mio primo codice e lo spenderò. Festeggerò con un bel bicchiere di citrosodina.

lunedì 16 gennaio 2017

Essere libraio: l'intervista a Enrico Giuliani di Libreria Nuova Avventura (Marina di Carrara)

 Chi è amante dei libri, ovviamente è amante delle librerie. L'odore di una libreria, con tutti quei libri nuovi, invitanti come fossero dei dolci che chiamano dagli scaffali, è un profumo irresistibile.
Non a caso, chi ama i libri, ma li ama veramente, li annusa sempre prima di leggerli.

Esistono tanti tipi di librerie, da quelle piccole e indipendenti a quelle della grandi catene che tutti conosciamo. Ci sono librerie con grandi spazi e altre piccolissime eppure sempre accoglienti.

Ma non esistono librerie senza librai. I librai... Mi piace pensare al libraio nell'ora precedente l'apertura del negozio, mentre si aggira silenzioso per gli scaffali e controlla che i suoi amati libri siano pronti ad accogliere i clienti. Magari non va proprio così, ma io preferisco tenermi questa immagine di cura e amore nei confronti del libro. Di certo, comunque, non ho mai conosciuto un libraio che non amasse il suo lavoro e che non fosse competente. 

Per conoscere meglio un libraio, ecco a voi l'intervista a Enrico Giuliani, che lavora presso la Libreria Nuova Avventura di Marina di Carrara, insieme alla sua socia Caterina.

 
Ti presenti brevemente?

Ciao, sono Enrico e sono il Libraio con gli Occhiali presso la Libreria Nuova Avventura a Marina di Carrara, che gestisco assieme alla mia socia Caterina, a.k.a. la Libraia con la Frangetta.



  Caterina e Enrico 


Quando e come nasce il tuo amore per i libri?

Ho letto sempre, ed ho letto sempre tanto. La mia fortuna è avere una sorella molto più grande di me, che mi passava romanzi e saggi, e mi faceva conoscere gli autori che secondo lei meritavano. Ora finalmente posso sdebitarmi ed essere io a segnalarle e farle conoscere nuovi libri e nuovi scrittori.

Che lavoro facevi prima di essere libraio?

Bella domanda! Ho studiato da architetto, ma non ho mai esercitato. In compenso ho fatto un po’ di tutto, a seconda di dove ho vissuto e di cosa capitava. Anche il blogger di viaggi, pensa un po’.
Adesso, quando non sono in libreria, lavoro come rappresentante di salumi e, nei fine settimana, social media manager.

Perché hai deciso di diventare libraio? Puoi spiegarci come hai fatto?

Per caso. Ma le fortune accadono sempre per caso, no?
Dopo essermi ritrasferito per motivi personali nel natio borgo selvaggio, sono capitato nella libreria in fondo alla strada che, guarda caso, era gestita da una compagna di liceo.
Ci siamo ritrovati dopo anni con grande piacere. Io ero in una fase un bel po’ complicata della mia vita, lei aveva appena scoperto (alla veneranda età di 35 anni! ) che esisteva facebook ed il mondo dei social media.
Le ho dato qualche consiglio, col passare dei mesi mi sono interessato ad un mondo tutto nuovo per me, dimostrando (e chi lo avrebbe mai detto!) di essere portato. Così dopo sei mesi circa mi ha detto: “ora ti siedi davanti al registratore di cassa ed impari come si usa”.
Qualche tempo dopo, superate tutte le trafile burocratiche, sono diventato un Libraio a tutti gli effetti!



                                               Enrico e... Lord Byron 



C'è qualcosa del mestiere di libraio che non avresti mai immaginato, quando eri soltanto un lettore? 

Sicuramente l'aspetto fisico di questo lavoro. Ogni giorno arrivano cartoni pieni di libri da spostare, aprire, controllare.
E un cartone di circa 60x60x50 pieno zeppo di libri non è leggero come una piuma, anzi.
In questo senso, penso che tutti i librai abbiano pettorali e bicipiti ben sviluppati :-D

 
Perché un lettore dovrebbe preferire una libreria indipendente rispetto a una delle grandi catene?

In una libreria indipendente il più delle volte chi c’è dietro il bancone è anche il proprietario, e se fa questo mestiere faticoso (sai l’immagine del libraio seduto che legge, magari bevendo del the? Completamente falsa!) è perché gli piace. Questo vuol dire che gli piace leggere e parlare di libri, se ne intende, ha in mente non l’andamento della classifica stilata dai quotidiani ma le recensioni ed i pareri dei clienti abituali.
In una libreria di catena probabilmente troveranno subito il libro che cerchi, se hai un titolo in mente e sai già cosa cerchi. Ma se vuoi leggere un buon libro ma non sai quale, se vuoi regalarne uno ma sei in dubbio, se ti piace un autore e vorresti leggere qualcosa di simile, allora a soluzione è la libreria indipendente ed il libraio che ti consiglia e ti suggerisce, basandoti su quello che gli racconti.
è un po’ come per i vestiti. Puoi andare a comprare una giacca in un grande magazzino, e sceglierla tra modelli, tagli e colori diversi. Oppure andare in un negozio di vestiti e parlare con il commesso che ti spiegherà le differenza tra i tagli, i tessuti, cosa va di moda quest’anno e cosa ti sta meglio.

Qual è, secondo te, la vostra peculiarità, ciò che vi rende unici?

Siamo due soci per molte cose simili, me per molte altre diverse: leggiamo ed apprezziamo generi diversi, ed in questo ci completiamo.
Che è il modo carino per dire che io, a dire della mia socia, leggo roba pallosa e mattonate cervellotiche, mentre lei, secondo me, legge tristissimi romanzi angoscianti e dolorosi :-)
Battute a parte, avendo avuto una formazione umana, lavorativa e culturale abbastanza diversa, ci interessiamo di cose molto diverse, e così riusciamo a consigliare quasi tutti i generi letterari.
Lei ad esempio mi ha fatto scoprire la casa Editrice Iperborea ed i romanzieri dell’estremo nord, io le illustro le varie declinazioni del fantasy.

Quali sono le richieste più assurde che ti fanno i clienti?

Le richieste assurde arrivano quasi ogni giorno... Le più frequenti: "Vorrei un libro, ma non so nè l'autore nè il titolo. però la copertina è rossa" . Oppure c'è chi confonde un autore per l'altro, andando ad assonanza (Fo e Foà, ad esempio). Oppure  sugli autori nordici: "E' il thriller di una svedese, ma non ricordo il cognome, troppe consonanti". :-)

Hai un progetto/sogno lavorativo particolare?

Una libreria un po’ più grande. Potremmo avere un divano per fare stare seduti i clienti che vogliono leggere, una macchinetta del caffè ed uno spazio per organizzare presentazioni.
è una cosa abbastanza pratica, lo so, ma sono una persona tendenzialmente razionale.
Mi piace quello che faccio, e vorrei farlo ancora meglio, tutto qui.

                                                          Il libraio peloso :-)


Grazie!!!!

La Libreria Nuova Avventura si trova a Marina di Carrara, Via Cavallotti 30 (MS).

giovedì 12 gennaio 2017

Della libertà di parola


   

Così, in poche parole...  Per ricordare che la libertà è sacrosanta, anche quella di dissentire. Non ci può essere dialogo senza confronto, non ci si può neppure accapigliare se non si è su un piano di parità  nell'essere liberi di dire. Le frequenti denunce che quotidianamente toccano giornalisti, scrittori, blogger che osano dissentire dal pensiero della maggioranza  - senza insulti, ovvio - a me fanno tremendamente paura.  Perché in ogni totalitarismo prima dell'eliminazione fisica si è passati per la censura delle idee che andavano contro corrente. 

Discutiamo, litighiamo pure, se lo riteniamo opportuno,  ma restiamo liberi.
 
 

 Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, 
lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. 
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.



Articolo 21 della Costituzione italiana  


 

martedì 10 gennaio 2017

Basta Don Camillo e Peppone!



Io lo so che non sono costante, so che poi mi manca scrivere, lo dico, mi dico che cambierò e poi mi lascio sopraffare dalle cose da fare. Cambierò, me lo prometto.

Ma c'è però un motivo per cui stasera ho sentito l'urgenza di scrivere, qui e ora.

Ho appreso una notizia, della quale non riesco a capacitarmi.

Premssa: sono amante dei libri Giovannino Guareschi. Ho letto e riletto il Mondo Piccolo,  ho amato ogni singola pagina di quei libri così densi eppure lievi ed ironici.
Qual è dunque la notizia? Che non pubblicano più i libri del Mondo piccolo. Si possono magari trovare su ebay, su subito.it o siti simili, ma in libreria, negli e-shop niente. Niente di niente. Neppure in formato digitale. Magari qualche rimanenza di magazzino, ma finiti quelli, finito tutto.

Volevo rileggere Don Camillo con i miei studenti. Dopo aver affrontato il Neorealismo, mi piaceva dare loro l'idea di un autore contemporaneo che fosse lontanissimo dall'ideologia marxista e che, grazie ai suoi libri, avesse ispirato la cinematografia. Un autore cattolico, ma non un pio immerso in una luce mistica, no.  A me piacciono gli autori cattolici forti, di quelli che hanno vissuto la loro vita e la loro fede con forza, patimento talvolta; insomma, quelli che ti sbattono Bonifacio VIII all'inferno  e quelli che contestano  il Concilio vaticano II con le sue "Messe yè-yè". Quegli autori, insomma, che hanno molto da dire, e che ti parlano davvero, anche quando non vorresti lo facessero.

Ora, io vorrei tanto che qualcuno mi smentisse , rassicurandomi che ho preso una gran cantonata e che, pur avendo cercato in lungo in largo senza trovare, in realtà mi sono sbagliata.
Ma se davvero io avessi ragione, vorrei capire perché Rizzoli ha detto basta a Don Camillo e Peppone. Sono libri troppo cattolici ? Danno fastidio? Si vendono poco? E come mai si vendono poco, se Brescello è meta continua di pellegrinaggi, se i film vengono puntualmente trasmessi su Rete4 ogni anno, se le pagine facebook dedicate al prete e al sindaco della Bassa contano migliaia di like?

Vorrei capire se il continuo sbandierare la libertà di pensiero in realtà stia portando l'editoria a sbandierare semplicemente un pensiero unico, dove accostarsi a un autore, che non la pensa come la maggioranza della gente, diventa pericolo, perché, aiuto, non sia mai che possiamo forse aprire gli occhi. Non sia mai che iniziamo a fare i conti con le nostre convinzioni,o che ci radichiamo ancor di più nelle nostre convinzioni perché sappiamo che esiste un'alternativa.

Smentitemi. Ditemi che mi sono sbagliata.

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