Il racconto di oggi si intitola "Triste domenica" e si trova in Don Camillo e il suo gregge.
Ma io preferisco chiamarlo "La vocazione".
Vedremo perché.
Bia Grolini entra in canonica con un diavolo per capello: sventola sotto gli occhi di don Camillo una lettera con cui la direzione del collegio fa presente di non essere per nulla contenta del ragazzo Grolini e chiede l'intervento di qualcuno della famiglia affinché faccia uso della sua autorità.
Come mai Bia Grolini va da Don Camillo anziché risolvere il problema per i fatti suoi? Perché era stato don Camillo a incoraggiare la famiglia a fare studiare questo ragazzino così dotato, bravo e capace. Giacomino, così si chiamava il bambino, era l'ultimo dei figli di Bia, un agricoltore molto facoltoso, che possedeva anche una bella stalla e macchinari avanzatissimi.
Viste le doti intellettuali del figlio e visto che a Bia "l'idea di un laureato piaceva molto", quando il ragazzino finì la quinta, lo impacchettarono e lo chiusero nel miglior collegio della città. Giacomino era il più bravo e mite ragazzo che don Camillo avesse conosciuto. L'aveva avuto fin da quando era piccino così tra i suoi chierichetti e mai gli aveva combinato guai: don Camillo non riusciva neppure a capire come Giacomino fosse diventato un così cattivo arnese.
Don Camillo promette quindi a Bia Grolini di andare a parlare con "il cattivo arnese" la domenica pomeriggio.
E la domenica pomeriggio arriva. Don Camillo si presenta al collegio durante l'ora di visita e il rettore gli spiega che in realtà Giacomino non è un discolo, anzi. Copia nome, cognome, titolo del tema su un foglio di carta pulitissimo, con una bella grafia, e poi si mette a braccia conserte. Oppure, se interrogato, rifiuta di parlare. In principio si pensava che fosse completamente cretino: ma l'abbiamo sorvegliato, abbiamo ascoltato i suoi discorsi con i compagni. Cretino non è. Anzi, è tutt'altro che cretino, commenta poi il rettore.
I due concordano che don Camillo lo porti fuori e, se necessario, che gli dia una bella ripassata; e il rettore, guardando le mani del prete, ammette che se non riuscirà a convincerlo con quegli argomenti lì, allora non ci sarà più nulla da fare.
Ecco il momento dell'incontro. Giacomino è rapato a zero. Indossa una divisa nera. Oltre a questo, ha addosso qualcosa di diverso.
I due escono dal collegio, giungono in periferia e lì imboccano una strada che viaggia verso la campagna.
C'era un po' di sole e anche con gli alberi spogli i campi erano abbastanza allegri. [...] Giacomino era lì fermo davanti a don Camillo: ad un tratto disse con una voce sommessa:
"Posso fare una corsa?".
"Una corsa?" riprese don Camillo con voce dura. "Forse in collegio non si può correre durante la ricreazione?"
"Sì, si può" sussurrò il ragazzino. "Una corsa corta, però, C'è subito il muro".
Don Camillo guardò la faccia smorta del ragazzino e la sua testa rapata:
"Fai la corsa poi vieni qui che dobbiamo parlare".
E il bambino inizia a correre, gli occhi che brillano; trova anche un grappolino d'uva che l'autunno aveva dimenticato. [...]Il ragazzino masticò gli acini adagio adagio, uno per uno.
Quando ebbe finito, si mise a sede ai piedi del ceppo.
"Posso tirare un sasso?" domandò.
Don Camillo aspettava al varco il suo uomo: "Divertiti pure e poi facciamo i conti!".
E il bambino corre, e gioca e pensa all'uva che mesi prima doveva essere sulle viti.
Arriva il tempo del rientro in collegio. Giungono nella triste periferia, dove c'è un ometto che vende cartocci di carrube, castagne secche, noccioline americane. "Porcherie!" borbottò di malumore don Camillo. "Ti comprerò le paste!".
"No, grazie"rispose il ragazzino con una voce che subito fece andare in bestia don Camillo.
E così don Camillo compra le castagne, le carrube e le noccioline al bambino. Vinto dalla gola, pesca anche lui dal cartoccio. Le noccioline e le carrube gli fecero risentire il sapore delle tristi domeniche della sua fanciullezza e il cuore gli si riempì d'angoscia.
Arrivano al collegio, e il bambino consegna il cartoccio con le sue ghiottonerie a don Camillo. Al rientro c'è la fruga, spiega, e per questa ragione chiede al prete di aspettarlo a una finestra, dove potrà ridargli le sue noccioline attraverso le pesanti inferriate. E quando Giacomino arriva davanti alla finestra, dietro le pesanti inferriate, don Camillo effettivamente gli consegna il suo cartoccio. Ma poi deve tornare indietro, perché, anche se l'aveva visto solo dagli occhi in su, quegli occhi erano così disperatamente pieni di lacrime che don Camillo si sentì la fronte piena di sudor freddo.
Così don Camillo, con la sue mani micidiali, piega due sbarre dell'inferriata, agguanta il ragazzino per la collottola, lo cava fuori e poi torna con lui al paese in moto.
Giunto in canonica, il bambino si addormenta. Alle nove e quindici Bia Griolini arriva con un telegramma della scuola che comunica la fuga del bambino. Fuori di sé, il padre urla "Se lo trovo, lo ammazzo!". "Allora è meglio che non lo trovi" borbottò don Camillo.
E poi prosegue: "Niente da fare: quello è un ragazzo nato per fare il tuo mestiere. Non può stare lontano dai campi. Un così buon ragazzo. E forse adesso è morto!".
Resosi conto dell'enormità di quanto ha detto, il padre si accascia sulla sedia ed esclama: "Reverendo, se Gesù mi fa la grazia di riportarmelo a casa sano e salvo, faccio rimettere a posto a mie spese tutto il campanile" .
"Non occorre", rispose don Camillo. "Gesù terrà conto del tuo dolore. Vai casa tranquillo e abbi fede in me. Vado io a cercare il tuo ragazzo".
Il giorno dopo, don Camillo porta Giacomino a casa. Tutti sono nell'aia, ma nessuno parla. Solo il cane gli fa delle gradi feste e Giacomino gli lancia il suo cappello da collegiale. Cane e padroncino si lanciano poi in una corsa gioiosa. Bia spiega a don Camillo di aver ricevuto una comunicazione del rettore, stupito del fatto che suo figlio abbia piegato le inferriate. "È un ragazzino che sa il fatto suo", rispose don Camillo. " Diventerà un agricoltore straordinario. È meglio un buon agricoltore per amore che un cattivo laureato per forza".
E poi si affretta a tornare perché in tasca aveva trovato una nocciolina americana e moriva dalla voglia di mangiarsela.
Perché ho scelto come titolo "la vocazione"? Perché questo è il fulcro del racconto. Un bambino tanto dotato e promettente che dai genitori, in assoluta buona fede, viene visto come lo strumento di un riscatto sociale, "l'unico laureato di famiglia". Anziché ascoltare il suo parere, il suoi genitori l'hanno impacchettato e chiuso nel collegio migliore della città.
Il bambino, però, non si perde d'animo e rimane fedele a se stesso, al posto di conformarsi ai voleri degli adulti. Non scrive, non risponde, ma tutto viene fatto con estremo rispetto degli altri. Non urla, non strepita, non fa del male a nessuno: attende che anche gli adulti si accorgano di lui. Giacomino porta avanti con determinazione la sua resistenza silenziosa. Non è facile avere il coraggio di deludere i genitori per affermare realmente se stessi.
Don Camillo capisce subito non appena lo vede: e infatti lo porta in campagna, non nelle vie del centro cittadino. E lì, il bambino svela, al primo adulto che si mette in ascolto, la sua vocazione: la vita all'aria aperta, la passione per i campi, per la natura. Don Camillo non si mette a fare la paternale, lo lascia divertire. Non gli dice nulla. L'ultimo tentativo, non molto convinto, di riportare il ragazzino sulla via pensata per lui dai genitori, è la promessa delle paste. Ma il bambino vuole le noccioline e le castagne, il sapore di casa, non della città, rappresentata appunto dalle paste. Un po' come la medicina di don Camillo, di cui abbiamo parlato qui.
Splendido il passaggio in cui don Camillo, secondo il procedimento proustiano della madeleine, ricorda le sue domeniche di angoscia dopo aver mangiato castagne: qui credo che Guareschi abbia voluto parlare di sé. Giovannino nella sua autobiografia ricorda di quanto lo angosciassero le domeniche pomeriggio, al pensiero del compito da svolgere per il lunedì.
Ma andiamo avanti. Don Camillo, in canonica, porta Bia a riflettere su quanto sia importante il figlio in quanto figlio, non in quanto promessa di riscatto sociale. E Bia, che ama davvero il suo bambino, capisce. E il bambino può tornare a casa e liberarsi del fardello del collegio rappresentato dal cappellino lanciato al cane.
Ogni genitore dovrebbe leggere questo racconto. Prima di tutto perché ci insegna che ogni bambino, ogni ragazzo ha una sua vocazione e che deve imparare a sentirla dentro di sé, a custodirla, perché è la sua essenza più vera.
E compito degli adulti è quello di non spegnere questa vocazione, questa passione nell'animo del bambino, pensando a una strada tracciata già da altri e più conforme alle aspettative. Educare alla libertà è difficile, tali e tanti sono i condizionamenti, ma è il regalo più bello che un figlio possa ricevere.
E così, anche oggi, mentre leggo e scrivo di Giovannino, mi scende una lacrima, pensando al privilegio immenso di essere madre.
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