Si mangia, poi si mangia ancora e, infine, si mangia. Noi solo a Natale, da S. Stefano in poi riprendiamo i normali regimi alimentari. Ma l'effetto narcolettico della mangiata natalizia lo sento da ieri.
In queste occasioni, solitamente arriva in aiuto, al pomeriggio, la tazza di tè. O, se sono proprio disperata, la tisana al finocchio, ma non mi piace, e comunque la tazza di tè fa molto signora inglese, mentre la tisana al finocchio fa molto "lotta al gonfiore e alla ritenzione". Alzi la mano chi, in questi giorni, dopo essersi mangiato "pure il vicino di casa", come diceva Wanna Marchi, non si è buttato sulla tazza bollente nella speranza di accelerare la digestione.
La tazza di tè, monumento nazionale delle feste italiche. Bevanda che io snobbo regolarmente in favore del caffè espresso (infatti ho bustine scadute nel 2013, le ho appena ritrovate nei reperti archeologici che ciascuno ha in cucina, insieme alle spezie), che diventa la regina dei pomeriggi spiaggiati sul divano, in cui si legge, si sonnecchia, si guarda la tv, il tutto senza troppa convinzione.
La tazza di tè, dai contrasti del bianco della porcellana (se si beve il tè si fa con stile, non vale la tazza sbeccata con le renne, dai), e il colore ambrato della bevanda; i riccioli di fumo che si alzano eleganti, mentre faccio sciogliere una punta di miele (e va be', mi piace con il miele, che ci devo fare? Non ci aggiungo il latte come gli inglesi perché mi fa senso). È elegantissima, la tazza di tè. Impone una degustazione lenta, e promesse solitarie fatte nel silenzio. Il caffè espresso è velocità; il tè è lentezza.
Mentre scrivo - avrà un senso quello che sto scrivendo? - ho appena deciso la mia nuova lettura solo per il suo titolo: Un tè con Jane Austen. Se qualcuno di voi l'ha letto, mi dice com'è?
Buona tazza di tè in questo Santo Stefano di riposo (spero).
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