venerdì 10 febbraio 2017

L'angolo di Don Camillo: Sul progresso e l'ignoranza



  "(Gli uomini)... cercano affannosamente la giustizia in terra perché non hanno più fede nella giustizia divina e ricercano affannosamente i beni della terra perché non hanno fede nella ricompensa divina. E perciò credono soltanto a quello che si tocca e si vede, e le macchine volanti sono per essi degli angeli infernali di questo inferno terrestre che essi tentano invano di far diventare un Paradiso. E' troppa cultura porta all'ignoranza, perché, se la cultura non è sorretta dalla fede, a un certo punto l'uomo vede soltanto la matematica delle cose. E l'armonia di questa matematica diventa il suo Dio, e dimentica che è DIo che ha creato questa matematica e questa armonia. (...) Il progresso fa diventare sempre più piccolo il mondo per gli uomini: un giorno, quando le macchine correranno cento miglia al minuto, il mondo sembrerà agli uomini microscopico, e allora, l'uomo si ritroverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà all'infinito e nell'infinito ritroverà Dio e la fede nella vera vita. E odierà le macchine che hanno ridotto il mondo a una manciata di numeri e le distruggerà con le sue stesse mani".*


Devo ammettere che il passo di Don Camillo che vi presento oggi ha sempre destato in me una certa perplessità . Nel senso che ci ritrovo ovviamente il pensiero del Guareschi che conosco dalle mie letture, il Guareschi limpidamente coerente, granitico nella fede, sicuramente controcorrente, allora come oggi.

C'è però un passaggio che, per me, stride. Forse non riesco a capirlo, forse sbaglio a soffermarmi solo su quelle parole perché devo guardare al generale e non al particolare, ma, in ogni caso, non riesco ad accettare serenamente quello che leggo .

Guareschi, nel suo modo semplice e al contempo profondo, illustra qui l'eterna questione della fede e della ragione e di come la ragione debba essere, secondo il pensiero cattolico, sempre supportata dalla fede per non diventare schiava di se stessa. Chiaramente questo non è un concetto guareschiano, è un concetto teologico. Pensiamo a Dante, nella Divina Commedia: Virgilio, la ragione, lo ha accompagnato per l'inferno e il purgatorio. Beatrice, la teologia, cioè l'incontro di fede e ragione, lo ha condotto tra i cieli del Paradiso.

Quindi, in un'ottica cattolica,  è chiaro (o dovrebbe esserlo) che la cultura, la scienza, debbano essere supportate dalla fede e facciano i conti con quel limite buono che trattiene l'uomo dal tentativo di affermare la sua volontà di onnipotenza. Perché tanto, onnipotente, l'uomo non può esserlo, è un dato di fatto.

A parte questo, cosa intende Guareschi con "troppa cultura porta all'ignoranza, perché, se la cultura non è sorretta dalla fede, a un certo punto l'uomo vede soltanto la matematica delle cose"?

 Posso capire la questione che la cultura, senza fede, diventi a lungo andare un sopruso verso il genere umano, come si può leggere alla fine del brano riportato "l'uomo si ritroverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà all'infinito e nell'infinito ritroverà Dio e la fede nella vera vita. E odierà le macchine che hanno ridotto il mondo a una manciata di numeri e le distruggerà con le sue stesse mani". Ma perché troppa cultura porta all'ignoranza?

Io qui ci vedo una contraddizione. La cultura può essere, prima di tutto, troppa? Non credo, non lo trovo possibile. Secondo: perché dare per scontato che laddove la cultura sia "troppa", allora venga meno la fede? Non sembra qui che Guareschi voglia far passare allora la fede, tutto sommato, è roba da ignoranti?

Sinceramente, non credo che lui intendesse questo.  Probabilmente cultura e progresso, in questo episodio del Mondo Piccolo, sono sinonimi e per progresso si intende la "progressiva" perdita di senso dell'uomo, come quella fiumana di cui parlava Verga. Un progresso creato dall'uomo in cui l'uomo ha sostituito se stesso, fino a correre il rischio di annientarsi, salvo poi guardare dall'alto la devastazione e arrivare a comprendere ciò che davvero lo rende uomo e a ridefinirsi nel suo limite.
Credo sia questa la lettura corretta, ma devo ammettere che quel "troppa cultura" continua comunque a non piacermi fino in fondo...

 *(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 204-205)

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