Siamo a metà novembre, non scrivo da tantissimo.
I ritmi delle giornate sono molto frenetici, ogni ora è un gioco di incastri, ma va bene così. Troverò il tempo di riposarmi quando sarò un'anziana signora. Adesso in teoria già qualcuno sostiene che sia anziana (mio figlio), ma io non gli credo e porto con orgoglio e fierezza i miei *** anni (gli asterischi sono una licenza di manzoniana memoria).
Siamo a metà novembre, dicevo, e la scuola è tutta un susseguirsi di consigli di classe, collegi docenti, riunioni di comparto, riunioni di dipartimento, glo, pdp, psa, oltre che la normale didattica che già di per sé sarebbe molto impegnativa anche senza il corredo di tutti le riunioni collaterali.
Nonostante la complessità di queste settimane, sto sperimentando la gioia strabordante di avere studenti che si sono innamorati della poesia: compongono endecasillabi (più o meno, dai), utilizzando il repertorio retorico che abbiamo studiato insieme. Si dilettano nella creazione di poesie dedicate ai docenti (aiuto), con rime comicamente atroci; però, che soddisfazione quando quello che si insegna diventa parte della loro vita. Esce letteralmente dalle pagine dei libri scolastici per diventare presenza ed è assolutamente straordinario.
Lo scrivevo anni fa: la poesia, la letteratura in genere aiutano a desiderare di uscire a rivedere le stelle (d'altra parte, il desiderio è la mancanza delle stelle), a distogliere lo sguardo dalla terra per portarlo al cielo, in una dimensione di elevazione. Siamo fatti per grandi cose, anche quando queste cose sono nel nascondimento, nella quotidianità. Anzi, più viviamo pienamente la nostra scelta, pur nella ripetitività, più ritroviamo la bellezza. E la letteratura ci aiuta tanto in questo.
Un esempio? Questi due versi di Giorgio Caproni. 12 parole, due parentesi, più punti di sospensione.
(Io, già al di là di ogni attesa...
Già scavalcata ogni resa...)

Commenti
Posta un commento