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L'angolo di don Camillo: la vendetta

 

Accadono incredibili cose a questo mondo, e può succedere, addirittura, che a un uomo vengano riconosciuti i suoi meriti. (La vendetta, in Ciao, don Camillo

Don Camillo viene "promosso" Monsignore e non si dà pace: deve lasciare il suo paese e si trova angustiato. Questo riconoscimento non fa proprio per lui. Ha tergiversato finché ha potuto, ma ormai è giunta l'ora. Si deve solo aspettare che arrivi il nuovo parroco e poi don Camillo andrà lontano, ben trenta chilometri dal suo amato paese. 

"Don Camillo" [gli dice il Cristo ], "non sono che trenta chilometri".
"Trenta da qui a là" precisò don Camillo "Ma tremila da là a qua... Anche la distanza è una cosa relativa".
"Salvo la distanza fra Dio e gli uomini: quella rimane sempre la stessa".
"Non so. Io credo che, in città, Dio sembri più lontano che in campagna. Signore, quando sarò là, Vi sentirò vicino come Vi sento qui?".

"Dipende da te, don Camillo". 

Rasserenato dalle parole del Cristo, Don Camillo è pronto a partire, quando arriva la Gisella, con la quale non correva buon sangue, a consegnargli una busta (non vi svelo il particolare della consegna, perché è veramente divertente). A quel punto don Camillo la apre e vi trova il famigerato annuncio: l'on. Bottazzi e sua moglie Maria annunciano il matrimonio del figlio Athos, con la signorina Rosetta Graspa, IN MUNICIPIO. IN MUNICIPIO scritto proprio a caratteri cubitali, per essere sicuri che sia ben visibile, soprattutto al parroco. E in effetti al parroco viene un colpo: mai era accaduto che, nella sua parrocchia, qualcuno si sposasse civilmente. Don Camillo si precipita dal Crocifisso e, dopo aver borbottato una sequela di insulti al pensiero dell'azione sacrilega del sindaco, chiede al Cristo : "Signore, perché non lo fulminate?".

Inizia un dialogo tra il sacerdote e il Cristo sul fatto che il colpevole di questo matrimonio senza Dio sia Peppone e non il figlio, che il figlio è vittima innocente del padre. Don Camillo annuncia a Cristo la sua decisione: non partirà più. La questione è troppo urgente e va risolta. 

L'indomani mattina, in canonica arriva la moglie di Peppone, stravolta. Chiede a don Camillo di celebrare il matrimonio in segreto, per non compromettere il ruolo politico del marito, che ha voluto il matrimonio in comune del figlio per esigenze di partito. 

"Lei lo sa, mio marito è in una posizione delicata. Ha speso una parola e non piò rimangiarsela. Bisogna salvargli la faccia". 
"Non gli salvo niente"[...] "Mi piacciono solo le cose fatte alla luce del sole. Se volete che ne riparliamo, venite tutti qui: voi, vostro marito e i promessi sposi! Niente sotterfugi!". 

E poi il racconto prosegue... Niente a che vedere con la riduzione cinematografica, ma altre 6 pagine di litigi, di riappacificazioni, di prese di posizione, di mogli stanche e di mariti esasperati, ma soprattutto di figli sicuri di quello che vogliono fare e che diventano grandi perché disobbediscono agli ordini paterni che non condividono, fino a far ragionare i padri che con quegli ordini avevano destabilizzato le vite di tutti. E ovviamente fino a un meraviglioso lieto fine.

Due cose mi colpiscono tanto di questo racconto. La prima è proprio in apertura: accadono incredibili cose a questo mondo, e può succedere, addirittura, che a un uomo vengano riconosciuti i suoi meriti.

 Oggi come allora è davvero raro che i meriti vengano riconosciuti; spesso sono riconosciuti e premiati i compromessi e i sotterfugi. Ed è questo uno degli argomenti del racconto: Peppone fa compromessi con se stesso, la moglie cerca sotterfugi, ma don Camillo non vuole fare nulla che non sia alla luce del sole. 

Il racconto è lungo e anche abbastanza complesso, pur nella consueta semplicità di scrittura di Giovannino, ma ci porta a riflettere su un aspetto che tante volte trascuriamo. La coerenza. Imparare ad essere coerenti fino in fondo, anche quando questo costa fatica. 

Don Camillo rinuncia a partire per la sua "gloriosa" carriera di Monsignore perché il suo posto è il suo paese, perché deve risolvere ciò che è urgente, far ragionare Peppone e aiutare il figlio di Peppone che vuole il matrimonio religioso e ha sfidato apertamente le imposizioni del padre. 

Penso che tutti noi preferiremmo una gloriosa carriera, anziché restare nel nascondimento di una realtà di piccole cose, ma a volte è proprio nella realtà delle piccole cose che si fanno le cose grandi. Nell'adesione alla vita che abbiamo scelto, con convinzione, con decisione, possiamo fare la differenza. 

Peppone ha raggiunto l'apice del successo, è senatore, lui, il sindaco proletario che aveva preso da adulto la licenza elementare. Il potere lo ha reso schiavo di se stesso, deve attenersi alle regole di partito, deve fare la bella figura, anche se questo significa compromettere la libertà del figlio. La moglie di Peppone cerca la strada più facile: il matrimonio di nascosto. Così si salvano capra e cavoli. Peppone non sa della richiesta della moglie a don Camillo e sarà il sacerdote e rivelargliela, con conseguente litigio tra i coniugi Bottazzi. Don Camillo ovviamente non accontenta la richiesta, perché sa che non è giusta. Fare la cosa giusta costa tante volte fatica. 

Il figlio è colui che si prende la sua libertà: viene anche picchiato dal padre, ma non vuole piegarsi alle sue imposizioni. È disposto ad andarsene e a portare con sé sua madre. È l'uomo che mette i confini all'uomo che lo sta privando della libertà, non è il figlio impaurito che rispetta i voleri del padre per paura di dire la sua. 

In questo racconto c'è un trattato di psicologia - non che io sia esperta -, ma tra una risata e una lacrima di commozione, si sbroglia in parte la matassa di quel gran "guazzabuglio del cuore umano", per dirla alla Manzoni. 





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