In Don Camillo e il suo gregge, troviamo un racconto, Il pilone, che parla di odio, di come nasce e delle sue conseguenze.
Un giorno, il sindaco Peppone va alla scuola elementare a interrogare i bambini, sotto lo sguardo intimorito del nuovo maestro. Il figlio di Peppone sbaglia una moltiplicazione; il compagno di banco, interrogato a sua volta, pur sapendo la risposta si rifiuta di parlare. Incalzato dal maestro, finalmente il bambino sputa il rospo. Non vuole rispondere perché, riferendosi a Peppone, "lui ha picchiato mio papà [...]Gli hai fatto sanguinare la bocca. Ho visto io. Io ero con lui sul carro".
I due bambini, il figlio di Scartini, l'uomo picchiato da Peppone e il figlio di Peppone, iniziano a litigare. Volano parole grosse, spallate. Il maestro, esasperato, promette: "Li dividerò". Ma Peppone sentenzia laconico "Sono già divisi".
Qualche giorno dopo, il figlio di Peppone è riaccompagnato a casa da don Camillo: è lacero, sporco, con la faccia piena di graffi. Si era azzuffato con il figlio di Scartini e, dice don Camillo, se non fosse stato per lui si sarebbero scannati. Peppone decide quindi di recarsi da Scartini per incolparlo di aver fatto il lavaggio del cervello a suo figlio; ma Scartini gli risponde: "La vigliaccata l'hai fatta tu picchiandomi davanti agli occhi del mio ragazzo". Risponde Peppone: "Io non ho pensato a tuo figlio. Non mi ricordo neanche di averlo visto. Io pensavo soltanto a saldare il conto".
Don Camillo intervenne:
"E adesso? Le avete prese tutte e due e avete avvelenato il sangue di due innocenti".
Passa il tempo e tutto sembra tranquillo, finché il figlio di Peppone torna a casa con un bernoccolo sulla testa. Il piccolo rivela: "Quelli della sua parte ci hanno attaccato di sorpresa. Avevano tutti in tasca un sasso e ce lo hanno picchiato in testa... Ma adesso ce lo abbiamo anche noialtri".
Peppone salta sulla bici: vuole correre da Scartini e prenderlo per il collo, ma si blocca . Ripensa alle parole di suo figlio, a come l'odio abbia attecchito nel cuore di due bambini e li abbia divisi in fazioni, una contro l'altra. Allora torna indietro e si reca in canonica.
E Don Camillo gli dice come al solito la verità che Peppone già aveva nel cuore:
"La realtà è quella che è. Come potete pretendere voi, che insegnate l'odio agli uomini, voi che organizzate l'odio degli uomini, come potete pretendere che i vostri ragazzi rimangano immuni dal morbo infernale che voi diffondete? L'odio è un seme che tu getti sulla terra fertile. Dal seme nasce la spiga, ogni granello della quale è un seme che, cadendo per terra, darà un'altra spiga. Sì, Peppone: io ho parlato, io parlerò con questi ragazzi: ma le mie sono povere parole che si disperdono nell'aria, mentre i fatti restano. E i bambini credono più ai vostri atti di violenza che alle mie parole di bontà". [...]"Peppone, il tuo vicino getta la mala erba nel tuo campo e tu ea getti nel campo del tuo vicino. E alla fine, il grano tuo e quello del tuo vicino muoiono perché, invece di estirpare la mala erba, tu e il tuo vicino vi preoccupate soltanto di gettare nuova mala erba l'uno nel campo dell'altro come se il male altrui fosse il vostro bene. Invece è male per tutti".
Un pomeriggio, al Ghiaione succede un fatto gravissimo: le due fazioni si sono scatenate e Peppone trova suo figlio svenuto, con la faccia coperta di sangue. Peppone ottiene subito il nome del responsabile: il figlio di Scartini. Corre a cercare Scartini, ma a casa Scartini non c'è. Una vecchia gli dice che il bambino di Scartini, che ha appena otto anni, terrorizzato per aver ucciso un compagno a sassate, si è arrampicato sul traliccio. Peppone alza gli occhi e lo vede; il bambino era così spaventato che il suo terrore era tale che lo si capiva anche se non si potevano vedere i suoi occhi. Il padre cerca di rassicurare suo figlio, che scopriamo qui chiamarsi Mario, ma il bambino non vuole scendere. Nonostante le rassicurazioni che nessuno gli farà del male, il bambino continua a guardarsi intorno terrorizzato come se cercasse qualcosa o qualcuno. Peppone sentì una pena immensa, più ancora che se lassù ci fosse stato suo figlio. In quel clima di concitazione, arrivano i carabinieri; Peppone li vede e cerca di mandarli via, ma il ragazzino li aveva visti ed era impazzito di paura. E le sue mani, ormai, non avevano più forza.
Un grido di angoscia infinita percosse l'aria. E tremò l'acqua del fiume placido.
Il racconto si chiude poi con altre parole di Don Camillo e una riflessione di Guareschi che non rivelo, ma due sono i passi per me più salienti in questo racconto. Il primo: Peppone ha commesso la vigliaccata di picchiare il padre davanti al figlio. È un tema che evidentemente è caro a Giovannino. Anche nel racconto Caso di coscienza contenuto in Don Camillo della Bassa, si parla dell'infame sopruso di picchiare un padre davanti a suo figlio. Tu hai permesso che uno scalzacane (...) - dice don Camillo a Peppone - commettesse il più infame sopruso del mondo: quello di percuotere un padre davanti al suo bambino. Il bambino ha sempre una fiducia immensa in suo padre e lo stima sempre il più forte di tutti, lo giudica un essere intangibile e tu hai permesso che una faccia falsa distruggesse questa illusione, l'unico bene che il destino avesse concesso al più disgraziato dei bambini.
Picchiare un padre davanti al figlio è anche il modo più efficace per far germinare l'odio. "Hai picchiato mio papà davanti a me e ti giuro che io farò la stessa cosa con te quando potrò". E si innesca una spirale di violenza che poi sarà difficilissimo spezzare, un spirale sempre più pericolosa e mortifera. Anche se chi ha commesso il male ne ha poi la piena consapevolezza, come il piccolo Mario, vittima innocente e sacrificale dell'odio seminato dai genitori, non sempre è possibile evitare conseguenze tragiche, come appunto quelle del racconto.
Il secondo passo fondamentale, è il discorso di Don Camillo a Peppone, quando sono in canonica. Un discorso che dovremmo ricordare tutti. I bambini imparano in base a quanto viene detto loro, apprendono dagli esempi dei grandi. Ed esempi di violenza fanno nascere violenza. Molto spesso, lo sperimentiamo di frequente, si pensa che si possa ottenere il bene dal male, invece si ottiene solo un male raddoppiato. Un male che si diffonde come un corso d'acqua sotterraneo che poi riemerge e devasta.
Questo è uno dei pochi racconti di Guareschi in cui non c'è umorismo, non c'è la risata che fa riflettere. C'è la rappresentazione del male, tratteggiato anche nelle sue conseguenze in modo così vivido che è impossibile non restarne colpiti.
P.S. Ho scelto questa immagine come apertura del post non perché sia pertinente con la vicenda narrata, ma perché la parole di don Camillo sono sempre ispirate dalla fede.
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