"Di me?"
"Di te, don Camillo. E ti odiano. Vivevano caldi e tranquilli dentro il bozzolo della loro viltà. Sapevano la verità, ma nessuno poteva obbligarli a sapere, perché nessuno aveva detto pubblicamente questa verità. Tu hai agito e parlato in modo tale che essi debbono saperla la verità. E perciò ti odiano e hanno paura di te. Tu vedi i fratelli che, quali pecore, obbediscono agli ordini del tiranno e gridi: 'Svegliatevi dal vostro letargo, guardate le genti libere; confrontate la vostra vita con quelle delle genti libere!'. Ed essi non ti saranno riconoscenti, ma ti odieranno, e se potranno, ti uccideranno, perché tu li costringi ad accorgersi di quello che essi già sapevano, ma, per amore di quieto vivere, fingevano di non sapere. Essi hanno occhi ma non vogliono vedere. Essi hanno orecchie, ma non vogliono sentire. Sono vili ma non vogliono che nessuno dica loro che sono vili. Tu hai resa pubblica una ingiustizia e hai messo la gente in questo grave dilemma: se taci tu accetti il sopruso, se non lo accetti devi parlare. Era tanto più comodo poterlo ignorare, il sopruso. Ti stupisce tutto questo?".
Ripropongo questo brano tratto da Don Camillo, intitolato La paura continua, perché mi pare veramente lo specchio dei tempi.
Ammetto che dieci anni fa non capivo così bene Guareschi; lo apprezzavo, ma tanti particolari mi sfuggivano. Non ho la pretesa di averlo capito pienamente neppure adesso, del resto i grandi autori sono quelli che dicono cose nuove ad ogni lettura.
Chi osa dire "Il re è nudo", chi, dati alla mano, spiega che la narrazione a senso unico è sbagliata, viene emarginato. Ci sono persone che non vogliono vedere e non vogliono sentire, che preferiscono essere complici piuttosto che coraggiose.
Il coraggio è difficile; diceva don Abbondio che il coraggio uno non se lo può dare, ed è vero. Ma sarebbe buona cosa che chi è consapevole di non avere coraggio non brandisca l'arma della sua viltà.
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