venerdì 28 luglio 2017

L'angolo di Don Camillo: il coraggio e la paura



  Due sere fa, quando scrivevo il mio nuovo post dopo mesi, parlavo di negligenza e parlavo di social, luoghi in cui perdiamo un sacco di tempo, ma anche luoghi in cui prendiamo coscienza di certi fatti che arrivano a scuotere il mondo intero e il nostro mondo, quello che noi siamo.

Giorni fa avevo pensato anche di disattivare l'account su facebook: mi sembrava che le notizie letteralmente mi assediassero, soprattutto quelle più gravi, angoscianti. Certo è che evitare di leggere, per stare tranquilla, non significa eliminare il problema. Non sapere non è la chiave per cambiare le cose, ma solo per ignorarle.

Bisognerebbe però fare un passo in più, non fermarsi alla paura e camminare nella direzione del coraggio. Perché se è lecito avere paura per ciò che accade (dai fatti di attualità, alle previsioni degli esperti di turno circa il catastrofico futuro che attende il nostro Paese), è doveroso tirare fuori il coraggio che nasce dalla fiducia. Non la fiducia negli oroscopi o un senso vago di ottimismo. Quella fiducia, in realtà, per me si chiama Fede. Quando me ne dimentico, quando sembro perderla per strada perché mi dico "Guarda che schifo" (tutto il mondo, indistintamente), arrivo a un punto in cui mi do una botta da sola (Oh, datti una mossa e ripigliati), mi fermo e guardo alla mia vita, a me che sono piena di difetti e pure sono così tanto amata. Guardo mio marito, guardo mio figlio. Li guardo veramente e tutto riacquista il senso giusto. Ripenso alla lettera agli Ebrei a me tanto cara: "Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava". Se Abramo è andato, ha affrontato tante peripezie senza sapere dove andava e l'ha fatto per Fede e poi non gli è certo andata male, perché non prendere esempio da lui?



E poi, tra le letture che nutrono lo spirito, c'è sempre l'opera di Giovannino. Guareschi mi accompagna da mesi come un caro amico, ormai, compagno di tante serate a ridere e a commuovermi, da sola oppure in compagnia, quando con gli amici si stappa il lambrusco e si mangia il culatello o il Prosciutto di Parma, quello buono. E lì, nel frizzantino, le parole scorrono molto meglio che in una sala conferenze.


Giovannino, dicevo, e il suo Don Camillo. Qui avevo già parlato della paura. Ma oggi un altro passo mi ha colpita perché, come spesso accade, mi parla.


 "C'è qualcosa che non va, qualcosa sospeso nell'aria, qualcosa da cui non posso difendermi..."
"Non hai più fede nel tuo Dio, don Camillo?" [Chiese il Cristo]
"Da mihi animam, cetera tolle. L'anima è di Dio, i corpi sono della terra. La fede è grande, ma questa è una paura fisica. La mia fede può essere immensa, ma se sto dieci giorni senza bere, ho sete. La fede consiste nel sopportare questa sete accettandola a cuore sereno, come una prova impostaci da Dio. Gesù, io sono pronto a sopportare mille paure come questa, per amor Vostro. Però ho paura."
Il Cristo sorrise.
"Mi disprezzate?"
"No, don Camillo, se tu non avessi paura, che valore avrebbe il tuo coraggio?". 


(G. Guareschi, Don Camillo, BUR, Milano 2014 30, pp. 277-278). 


Buon venerdì a tutti!

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