Peppone sta male. Don Camillo non sa più cosa fare, vuole visitare il moribondo, ma i rossi sono scomunicati.
Così don Camillo si sfoga con il Crocifisso.
"Signore", disse. "Peppone sta male ed è necessario che io gli parli subito. Questa notte potrebbe essere l'ultima per lui".
"Se egli ti ha chiamato, affrettati, don Camillo" rispose il Cristo. " Non lasciare che qualcuno bussi invano alla porta del Signore".
"Non mi ha chiamato,", spiegò umilmente don Camillo. "Però bisogna che io gli parli ugualmente, anche se qualcuno farà di tutto per impedirmelo. Signore, pur di salvare un'anima si può benissimo ammaccare qualche testa".
"No, don Camillo" stabilì il Cristo. "Non esiste il male a fin di bene, esiste solo il male che è l'antitesi del bene".
Passa del tempo e arrivano prima il bambino di Peppone, poi, più tardi, la moglie di Peppone; entrambi chiedono a don Camillo di visitare il moribondo, ma con discrezione, passando dalla porta dell'orto dove nessuno può vederlo.
Alla fine, arriva anche lo Smilzo, che ammette che "un prete non serve a niente, tanto meno al capezzale di un malato; comunque, dato che il capo rischia di rimetterci la pelle, transeat. Si muore una volta sola e, quando uno sta per annegare, si aggrappa anche a un bastone di pollaio". Don Camillo ovviamente fa presente allo Smilzo che meriterebbe di essere preso a calci, ma comunque va. Lo Smilzo gli dice di fare tutto con discrezione, perché nessuno lo sa, e di passare dalla porta sull'orto.
Quando finalmente don Camillo arriva nella camera di Peppone, trova un Peppone smagrito e con le palpebre pesanti. Ma don Camillo è don Camillo e non può fare a meno di stuzzicare il moribondo.
"Tu hai una maledetta paura di morire"
Peppone nicchia, dice che gli dispiace per i figli
"E perché ti preoccupi? Te li alleverà il partito!"
"Per i figli è meglio il padre più scassato che il partito più efficiente", affermò [Peppone] con un sospiro.
A quel punto, don Camillo guarda la parete sopra la testiera del letto e si accorge che il Crocifisso è scomparso.
"L'ho fatto togliere io", spiegò Peppone tenendo le palpebre abbassate "È rimasto lì fino a quando in questa camera eravamo solo io e mia moglie. Poi, con la malattia, qui c'è stato un viavai continuo di gente... L'ho fatto togliere quando è arrivato il segretario della federazione provinciale".
"Nientemeno!"
"Reverendo, mi capisca", protestò Peppone "Non l'ho fatto per Lui, ma per la gente..."
Ovviamente Don Camillo inveisce contro il malato e gli chiede dove sia il Crocifisso. ll quale Crocifisso risulta essere nel primo cassetto del comò.
Avvolto in una carta velina, trovò il Crocifisso e lo riappese al chiodo sopra la testiera del letto.
RImesso Cristo al suo posto, la confessione continua. Poca roba, se non quella di essere iscritto a un partito di scomunicati, anche se Peppone puntualizza che quando si è iscritto lui, non era ancora un partito di scomunicati. La roba più grossa è quella di aver nascosto il Crocifisso nel comò, dice don Camillo, ma Peppone afferma convinto: "Mi dispiace. Ci ho ripensato giorno e notte, ma io non potevo alzarmi e non ho avuto il coraggio di dire a qualcuno di rimettere il Crocifisso a posto".
"Ego te absolvo. Per penitenza reciterai cinquemila Pater, ave e Gloria".
Peppone sorrise tristemente
"Averne il tempo!"
"Lo si trova!", stabilì don Camillo.
La visita termina con l'ennesimo battibecco e, quando don Camillo esce, trova tutti addormentati.
Il primo addromentato in cui si imbatte, è il bambino di Peppone, addormentato come un ciocco sui mattoni nudi. Don Camillo si toglie il tabarro e lo avvolge attorno al bambino. Poi, guarda in cucina, e tutti dormono: la moglie, lo Smilzo e i compagni di partito. E don Camillo esclama: "Dormite, dormite pure. C'è chi stava nascosto nel primo cassetto del comò e ora è uscito, che è tornato a vegliare sul capo del vostro capo".
Don Camillo esce. È aprile, ma sta nevicando. Lui, senza tabarro, non sente freddo. Per lui quella era una dolcissima, tiepida notte di primavera.
Ci sono alcuni particolari di questo raccontino che svelano tutta la grandezza dell'autore.meritano un'attenzione speciale.
Partiamo dall'inizio: don Camillo vuole andare da Peppone, non solo perché è suo amico e sta male, ma perché lui è un sacerdote e sa qual è il suo compito. Niente sconti, niente compromessi. La salvezza dell'anima di Peppone dipende anche da lui. È pronto anche ad ammaccare qualche testa, se necessario. Ma Cristo è perentorio: "Non esiste il male a fin di bene, esiste solo il male che è l'antitesi del bene". È tutto qui, in una riga. Male e bene esistono e non sono opinioni personali. Il male non può essere usato per il bene. In un'epoca di relativismo quale la nostra, questa affermazione viene contestata ogni singolo giorno. Bene e male oggi sono liquidi, indistinguibili, ridotti a mero sentimento. Guareschi ci ricorda che non è così.
Altro particolare: dopo aver ammesso che gli dispiace morire perché i suoi figli sono ancora piccoli, Peppone continua:"Per i figli è meglio il padre più scassato che il partito più efficiente". In punto di morte, viene meno la fede nel partito: già con Lenin il partito comunista affermava che i figli sono dello Stato. Anche oggi, ci sono gli influencer della politica che vogliono sempre di più estromettere le famiglie dall'educazione dei figli, educazione che spetta allo Stato e allo Stato soltanto, secondo le direttive dello Stato e in nome dello Stato. Guareschi afferma il ruolo della famiglia: meglio il padre più scassato che il partito più efficiente. Notare l'aggettivo: scassato. Un padre con i suoi limiti umani, con le sue debolezze, ma un padre presente (ovviamente qui Guareschi non sta celebrando il padre violento, o il padre negligente. Sta celebrando la figura del vero padre, in tutta la sua umanità).
E poi, dopo aver parlato della figura del padre di famiglia, arriva il Padre. Un Padre nascosto nel cassetto per vergogna, ma non per incuria. Il Crocifisso infatti è avvolto nella velina. Quanto mi piace questo particolare! Ai fini della narrazione non sarebbe cambiato nulla, se don Camillo si fosse limitato a prendere il Crocifisso dal cassetto. Invece no, c'è questa immagine della carta velina che rappresenta la cura, il rispetto. Avvolto nella carta velina, il Cristo non prende polvere, non si ammacca. Era lì sulla parete finché nella camera c'erano solo i due sposi, uniti dal sacramento del matrimonio. Viene messo nel cassetto quando arriva altra gente, che disturba, che allontana. Ma il cuore di Peppone è lì, a quell'involucro di carta velina e ammettere che gli dispiace averlo nascosto è ciò che gli permette di avere l'assoluzione. E con un colpo magistrale, Guareschi ci svela il lieto fine. Qual è la penitenza? Cinquemila Pater, ave e gloria. Un numero spropositato di preghiere, perché Peppone troverà il tempo.
Quando don Camillo esce dalla stanza del sindaco, è l'unico sveglio tra gente addormentata. Il primo che trova è il bambino, colui che per primo lo ha chiamato. Per lui Guareschi crea un parallelismo dolcissimo: viene avvolto nel tabarro, esattamente con il Crocifisso era stato avvolto dalla velina. Giovannino usa proprio lo stesso verbo, avvolgere. Poteva usare "coprendolo con il tabarro", invece no, don Camillo lo avvolge e, con questo gesto lo rassicura. Poi rassicura gli altri - pur essendo addromentati - che Cristo, ora che è uscito dal comò, è tornato a vegliare sul capo del capo.
La fede smuove le montagne, ma sempre se l'uomo fa la sua parte.
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