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L'angolo di Don Camillo: il martello.



Questo racconto è tratto dalla sezione Inverno, dell'Anno di Don Camillo. Dato che qui fa un freddo becco, riprendere la mia rubrica preferita con un racconto ambientato nella stagione invernale, mi sembra assolutamente azzeccato. 

 Peppone vuole far fuori quel maledetto prete per il fatto che il maledetto prete, durante l'omelia, aveva detto chiaramente cosa pensava di lui. Il sindaco va quindi in canonica, ma non trova nessuno. Sente però un rumore di martello in chiesa: anche se la porta è chiusa, la finestrella della cappella di S. Antonio abate è aperta e Peppone vede chiaramente che lo smartellatore notturno è don Camillo, intento a rinforzare il pergamo a rischio crollo. 
Dato che l'aria tra i due si fa subito incandescente, quando Peppone gli urla: "Pretaccio falso e vigliacco!", don Camillo perde subito la pazienza. Trovandosi tra le mani il grosso martello lo scagliò contro la finestrella. 
La mira era terribilmente esatta, ma Dio volle che un colpo di vento facesse oscillare una lampada portandola a interferire nella traiettoria del proiettile. Il martello frantumò la lampada e, deviando, andò a spegnere la furia omicida contro il muro della cappelletta di Sant'Antonio, a venti centrimetri dallo spigolo destro della finestra. 
Peppone scomparve e don Camillo si rende subito contro di ciò che ha fatto. Prova a giustificarsi con il Cristo, ma il Cristo resta muto, Sa che le sue parole sono vuote, e che giustificare un atto di violenza incolpando l'altro delle sue parole non ha ragione di essere. All'improvviso sente su di sé uno sguardo che incute terrore.
Aperse il cancelletto e passò oltre la balaustra rifugiandosi sui gradini dell'altare. 
Gesù - gridò con voce piena d'angoscia - Proteggetemi!... Ho paura. 
Don Camillo ben presto si accorge che il martello aveva pestato un colpo contro il muro ed era caduta una parte di intonaco; questa patacca di intonaco, cadendo, aveva svelato il ghigno di un demonio e il suo sgaurdo beffardo. Proprio sotto il demonio, don Camillo ritrova il martello. 
L'orologio del campanile suonò le ventidue. 
"Tardi", pensò don Camillo. 
Poi pensò:
"Non è mai troppo tardi per umiliarsi" e usciì dalla chiesa. 
Tutte le finestre erano ormai spente; l'unica accesa era quella dell'officina di Peppone. 
Peppone stava piegando a martellate una spranga rovente. Don Camillo si ferma alla finestra, tenendo le mani all'inferriata.
- Mi dispiace - disse don Camillo. 
Ma niente, i cuori sono troppo induriti e Peppone non solo non accetta le scuse, ma rincara la dose. 
- Le vostre scuse ipocrite di pretaccio falso e vigliacco me le metto qui! - gridò Peppone battendosi le mani in fondo alla schiena 
- Giusto - replicò don Camillo. - È lì il posto dove i disgraziati come te tengono le cose più sacre.
Peppone non resse e il martello partì.
Partì con una precisione diabolica verso la faccia di don Camillo, ma la Divina Provvidenza volle che la traiettoria del proiettile passasse proprio nel mezzo d'una delle sottili sbarre di ferro dell'inferriata. 
La sbarra sotto il colpo tremendo si incruvò e il martello cadde sul pavimento dell'officina. 
 Terrorizzato, Don Camillo ritorna in chiesa e : - Gesù - disse inginocchiandosi davanti al Cristo Crocifisso. - Siamo pari: un martello a uno.
- Una stoltezza più una stoltezza fanno due stoltezze - rispose il Cristo.

Il prete passa una notte orribile e, l'indomani, celebrò la Messa più eroica della sua vita e il buon Dio dovette tenerne conto perché alla fine gli diede la forza di reggersi ancora in piedi. 
 Finito, don Camillo va di nuovo alla cappelletta di Sant'Antonio abate e lì compare Peppone, che pare uno straccio. Riprovano a litigare, ma non riescono. Troppa stanchezza. Peppone gli porge qualcosa di pesante avvolto in un giornale. La cosa pesante è una cornice di ferro battuto, tutta a foglie e volute, e racchiude non un quadro, ma un martello assicurato con due legature in filo di ottone. E un cartiglio di rame che lo accompagna porta una dicitura: "A S. Antonio Abate per grazia ricevuta facendomi sbagliare la mira". 
- Il martello è quello là - spiegò Peppone
Don Camillo guardò il martello. 
- La cornice è fatta con il ferro dell'inferriata - spiegò ancora Peppone.
Don Camillo guardò le volute di ferro battuto. 
- L'ho lavorata col martello famoso -  concluse Peppone. 
Don Camillo allora appende il quadro e lo mette proprio sulla fronte del Satanasso che si era rivelato sotto la patacca di intonaco. Decide di legare, con il filo di ottone del quadro di Peppone, anche il suo martello. 
Peppone gli dice, con voce indignata, ma stanca: - Sfruttatore delle fatiche del proletariato... 
Ma don Camillo replica che lui ha fatto la sua parte. Nell'appendere il quadro, si è volutamente preso la mano a martellate. E mostrò la mano sinistra che non era più una mano ma il sanguinoso bilancio di una strage. 
- Gesù - disse don Camillo quando, il giorno dopo, ebbe recuperato le forze e la speranza - vi ringrazio di avermi aiutato.
- Ringrazia Sant'Antonio Abate- rispose il Cristo - È lui che protegge le bestie. 
Don Camillo levò gli occhi angosciato. 
- Gesù, così mi giudicate adesso?
- No, don Camillo, adesso non ti giudico così. Ma chi ha lanciato il martello non sei stato tu, è stata la bestia irragionevole. Ed è la bestia che Sant'Antonio ha protetto.
Don Camillo chinò il capo.
- Però - borbottò - non sono stato soltanto io a lanciare i martelli ... Anche lui...
- Non ha importanza, don Camillo: un cavallo più un cavallo fa due cavalli. 
Don Camillo, aiutandosi con le dita, fece la prova dell'addizione e scosse il capo.
- Gesù, il conto dei due cavalli non torna perché io sono un asino. 
E don Camillo era così convinto, ma così sinceramente convinto di quello che diceva, da indurre il Cristo ad avere pietà di lui. 


Credo sia un bellissimo racconto per iniziare l'anno, anche se parla di martelli, di bestie e di bestie che lanciano i martelli. Ma parla anche della Provvidenza e del pentimento. Ci mette in guardia dall'agire in modo impulsivo quando qualcosa ci tocca proprio sul vivo: sindaco e prete, per un momento di rabbia cieca, hanno rischiato di trasformarsi in assassini, dimentichi della loro amicizia, delle tante battaglie affrontate insieme. Quante volte ci capita di ferire proprio chi amiamo di più? 
E sì, lì la Provvidenza è intevenuta deviando il colpo entrambe le volte; ma ciascuno dei due ha poi riconosciuto l'errore e anche l'intevento divino. 
Peppone passa una notte intera a fare la sua cornice di ferro battuto, tutta fiori e volute. Non un lavoro veloce, ma un lavoro di fino e Peppone non è mai presentato come un artista attento al particolare: questa credo sia l'unica volta in cui viene descritto un lavoro "artistico", forse per celebrare la bellezza di un cuore sinceramente pentito del male compiuto. Don Camillo ha provato ad espiare facendosi del male, ma Gesù non gli ha detto "Bravo, ti sei sfracellato la mano", anzi. Ribadisce che una follia sommata a un'altra follia fa due follie. E don Camillo, nel darsi dell'asino, depone ogni suo sentimento di orgoglio e si pente veramente di aver iniziato questa spirale di male, rappresentato anche dall'immagine di quel Satanasso che era apparso dalla patacca di intonaco caduta. 
.
In questo 2026 in cui non faccio buoni propositi, ho però intenzione di custodire queste parole nel cuore: Una stoltezza più una stoltezza fanno due stoltezze.  E ricordarmi sempre di ciò che ne consegue. 

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